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Gorillas licenzia 540 dipendenti e chiude in Italia

Il segmento del food delivery ha subito un’impennata nel corso degli anni 2020 e 2021 per via della pandemia, soprattutto nei centri urbani più grandi. Poi non si può dire che si sia verificato un cambiamento eccessivo nel comportamento degli utenti, perché comunque le app hanno continuato ad ampliare la loro portata, piuttosto i consumatori hanno iniziato a essere più esigenti e a scegliere sulla base del servizio. Quindi sulla base della semplicità, dell’offerta, delle commissioni, del minor numero di “incidenti” o ritardi nelle consegne. Non c’è spazio per tutti, nemmeno per i più volenterosi quando si è nelle mani del consumatore. E così i due “big” sembrano resistere, mentre i servizi meno forti e storici durano l’arco di una stagione. È purtroppo il caso di Gorillas, arrivata dalla Germania in Italia sulla scia di una valutazione come startup di oltre un miliardo di euro (nel 2021) e ora costretta a licenziare.

Non è vero che Gorillas ha beneficiato dell’esplosione della food delivery durante la pandemia. Il servizio è arrivato dopo la grande abbuffata degli italiani dal 2020 alla prima metà del 2021, quando la micro-consegna a domicilio della merce (non solo food) ha vissuto un’epoca d’oro.

Gorillas si è attivata nel momento in cui iniziavano le riaperture e gli italiani avevano voglia di locali all’aria aperta, non di surrogare ulteriormente la socialità nelle case. A questo fatto si è aggiunto il moltiplicatore dell’incertezza generata dalla crisi economica, che stiamo vivendo in modo congiunturale ma pressante dalla fine del 2021. Insomma, tutto sommato il debutto è stato in tempi davvero incerti per il food delivery. E quando chiami il consumatore a scegliere, in queste situazioni, la propensione va sempre a premiare la storicità di presenza e la conoscenza, o awareness.

E ora, dopo un piano di ristrutturazione pesante, con 300 persone appiedate lo scorso maggio, Gorillas si prepara impunemente a licenziare 540 dipendenti tra Roma, Firenze, Milano, Torino e Bergamo. Non solo: la sede italiana è messa in liquidazione, dopo avere inquadrato i rider con il contratto nazionale della logistica controfirmato dal sindacato Fit-Cisl.

Non ha tutti i torti il suddetto sindacato nel stigmatizzare comportamenti tattici “mordi e fuggi” invece di piani di sviluppo strategici: “Questo episodio ripropone il dibattito su come tali piattaforme di food delivery si insedino nel nostro Paese in assenza di chiare e definite regole che tutelino le lavoratrici e i lavoratori. Siamo certi che il Ministero del Lavoro si interesserà alla vicenda pertanto, nei prossimi giorni, chiederemo un incontro ufficiale al Ministro Orlando per affrontare l’incresciosa questione”.

Sul sito di Gorillas ancora non v’è traccia della scelta di abbandonare l’Italia e dell’impatto sui dipendenti, campeggia però la frase del ceo Kağan Sümer: “Gorillas esiste per creare un mondo con accesso immediato alle tue esigenze. Non siamo uomini d’affari che costruiscono un’azienda che fa consegne, siamo persone che fanno consegne che costruiscono un business”. A volte le parole andrebbero pensate per il futuro, più che il presente. Peccato, perché la formula della consegna in “10 minuti” poteva avere un suo elemento di novità. 

La mancanza di regole, ancora una volta, dimostra come il mondo reale viaggi a una velocità molto superiore alle tempistiche governative. Così come avviene con i pure player dell’e-commerce, e il food delivery non ha già di sue, in questi anfratti si generano situazioni che non tutelano né i dipendenti né i consumatori. Ed ecco che a farne le spese sono proprio queste due tipologie di persone, le più deboli.

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