trasformazione & dintorni

Il latte italiano vale meno della media Ue. Tutti i perché di questo scandalo

E’ una parola forte, ma è il caso di usarla: la questione del prezzo del latte in Italia oggi è uno scandalo. A gennaio 2022 il prezzo medio di quello bovino, in Europa, ha raggiunto i 41,79 centesimi al litro, alla stalla, con una crescita di 0,48 centesimi rispetto al mese precedente (+1,2%) e di ben 6,92 rispetto a gennaio 2021, pari a un aumento del 19.8%. Una crescita inarrestabile cominciata a febbraio 2021, quando il prezzo medio Ue era di 34,97. Ma si tratta, appunto, di una media.

Proviamo a prendere qualche caso specifico, come quello della Germania (dove fino a poco tempo fa il latte costava stabilmente meno che in Italia): il prezzo di gennaio è  42,31. Ma andiamo avanti. L’Irlanda sfonda addirittura quota 49,03 cent, in Francia si viaggia a 41,29, in Olanda a 45 e in Belgio a 47,72.

E in Italia? Gennaio 2022 si è chiuso con un prezzo medio di 39,50 centesimi al litro. Oggi, di fatto, il latte italiano, storicamente uno dei più cari d’Europa, vale 2,29 centesimi in meno rispetto alla media Ue, almeno secondo i dati provvisori di gennaio diffusi dalla commissione europea. E anche in questo caso stiamo parlando di medie perché c’è perfino chi, a gennaio, lo ha pagato 34 centesimi di euro al litro.

Gli allevatori sono ovviamente sul piede di guerra. Qualcuno potrà obiettare che lo sono quasi sempre (e certo questo continuo gridare ‘al lupo, al lupo’ certo non li aiuta) ma questa volta hanno ragione da vendere. Nel corso di un webinar organizzato da Coldiretti Brescia, il direttore generale del Consorzio del Grana Padano, Stefano Berni, è stato chiarissimo: “Con i prezzi che ci sono sul mercato è un anacronismo che va rapidamente corretto. In questo momento, la remuneratività del latte trasformato a Grana Padano, in un caseificio ben condotto, non è inferiore ai 52 centesimi litro (più iva). E il mercato sta tirando”.

Certo, c’è il tema dell’inflazione che galoppa e dell’aumento dei costi. Ma, spiega Berni: “L’incremento dei prezzi al consumo è importante ma non come in altri settori. Ci potrà essere, in Italia, un piccolo affaticamento dei consumi e un ulteriore progresso dei prodotti a prezzo più basso. E per questo dobbiamo essere pronti a incrementare le esportazioni per compensare ciò che un aumento dei prezzi al consumo dovesse limare nei consumi italiani. Ma sono segnali che ancora non vediamo perché anche le vendite di dicembre, in generale, sono in incremento significativo, a volume. Certo, il problema c’è, non dobbiamo far finta di niente, ma ciò che dovessimo limare in Italia lo riconquisteremo all’estero”. Insomma, non c’è alcuna vera ragione per non aumentare il prezzo del latte, mentre ce ne sono molte per spingere sull’incremento. Tra l’altro, i dati relativi al Grana Padano mostrano una produzione in calo del 2,1% a gennaio 2022 e giacenze pari solo all’1,2% per il formaggio già marchiato. 

Gli aumenti degli input zootecnici e la risposta dei mercati europei 

L’analisi di Clal sui costi degli input zootecnici a febbraio 2022 è impietosa: +23,48% mais zootecnico, +32,35% frumento tenero, +22,12% semi di soia, +247,63% energia elettrica, +38,92% gasolio agricolo, +129,11% urea granulare. Certo, il problema è comune agli allevatori di tutta Europa ma, negli altri paesi, gli aumenti ci sono stati e affrontare l’impennata dei costi diventa un po’ più semplice. Ma c’è qualcosa che rende le situazioni di altri paesi diametralmente opposte alla nostra: la produzione. In Germania si produce meno latte e il prezzo, di conseguenza, aumenta in modo più rapido che in Lombardia, dove la raccolta è ancora in crescita. Anche Francia e Paesi Bassi hanno ridotto la produzione, soprattutto a causa dell’aumento del costo della razione bovina. La media europea, a novembre 2021, mostrava già un calo dell’1,1%. Anche allargando l’analisi all’offerta mondiale di latte ci si trova davanti a un calo dello 0,8%. In Nuova Zelanda, a dicembre, la raccolta è stata inferiore del 5%, mentre negli Stati uniti è del -1%. Gli unici paesi dove l’offerta di latte è in positivo sono Polonia, Irlanda e Italia. 

Premio stalla e autosufficienza: i boomerang del latte italiano

Eravamo stati facili profeti su due cose: l’autosufficienza, che sarebbe stato un boomerang per gli allevatori, e l’accordo sul premio stalla, che avrebbe sterilizzato qualsiasi trattativa sul prezzo agganciata al mercato. E così è stato. Nel 2021 l’autosufficienza in Italia, secondo i dati elaborati da Clal.it, si attesta al 95,5% perché lo scorso anno è aumentata ancora la produzione di latte, mentre negli altri paesi il processo di riduzione dell’offerta proseguiva. L’import di latte sfuso da Germania, Francia e Austria è crollato del -36,2%, nel 2021. Di pari passo, però, con il prezzo italiano. E sarebbe ora che gli allevatori, oltre alla riduzione della produzione, chiedessero conto di questo a chi gli aveva promesso che con l’autosufficienza il prezzo sarebbe salito. Per fortuna, segnala Clal, l’inizio del 2022 sembra aver coinciso con un rallentamento della spinta produttiva, rispetto a gennaio 2021, che comunque continua a mostrare il segno più. Per questo gli analisti si aspettano un rafforzamento del prezzo italiano del latte se le produzioni continueranno a non aumentare.

Ma qualcosa gli allevatori lo dovrebbero chiedere anche a chi ha patrocinato l’accordo sul premio stalla fermando un prezzo a ottobre, i famosi 41 centesimi, che oggi risulta superato dal mercato. Ma che ha avuto l’effetto – e solo quello visto che i soldi non sono arrivati – di annullare le richieste di aumento del mondo zootecnico (tanto c’è il premio) e di fissare un prezzo che, appunto, sarebbe diventato anacronistico nel giro di poche settimane, come era facile prevedere. Un fatto accaduto sempre quando si è provato a sostituirsi alle logiche e alle fluttuazioni del mercato, capacissimo di rilevare i cambiamenti e molto più veloce a rispondere dei tempi della burocrazia, dei tavoli e degli accordi fatti di carta. Si sa, l’Italia non è il paese delle dimissioni ma è scandaloso chi si è occupato della zootecnia in questi anni, portandola a questo risultato, non sia nemmeno sfiorato dall’idea. Forse è davvero ora di un cambio di passo. Ma questo cambio deve partire dagli allevatori, dal loro modo di stare sul mercato e, soprattutto, di farsi rappresentare. 

8 thoughts on “Il latte italiano vale meno della media Ue. Tutti i perché di questo scandalo

  1. Si devono vergognare ci ci ha governato e ci sta ancora governando, parlo dei nostri cari sindacati, che dopo un ignobile silenzio sono tanto bravi a parole ma risultati zero. Li abbiamo delegati x avere una forza contrattuale unita e questo è il risultato. Vergognatevi

  2. Non c’è nulla da aggiungere a quanto esaurientemente spiegato nell’articolo se non che il premio a carico della grande distribuzione siglato da una parte sindacale è stata una pagliacciata colossale che sfiora il ridicolo e che torna a fare sospettare che invece che tutelare i propri associati sembra proprio che tale associazione tuteli nemmeno troppo in maniera celata gli interessi degli industriali.
    Se deve fare sentire la propria voce un associazione sindacale deve tenere il passo con il momento e le situazioni….ed ora stanno divenendo davvero critiche per quanto riguarda la marginalità ….non si possono lasciare in secondo piano i rincari esorbitanti di tutti le componenti della filiera produttiva e bisogna adeguare in maniera sensata il prezzo del latte alla stalla.
    A meno che non si voglia che gli allevamenti divengano parte integrante e di proprietà degli stessi trasformatori….

  3. non si capisce a che titolo le OOPP, soprattutto dopo il superamento della L.88/88 accordi interprofessionali) si arroghino il diritto di “trattare” il latte; quando lo fanno, riescono solo a creare aspettative che non potranno soddisfare nella realtà: vedi l'”accordo” dello scorso autunno sui +3 cent carico di non si sa chi e a beneficio di non si sa chi.
    Non sarà il caso che gli allevatori finalmente si organizzino davvero per superare le asimmetrie negoziali?

  4. Sono 40 anni che sento promesse dalla lega che prometteva di sistemare prezzo e quote, ma è stato per tenere in pugno il reparto agricoltura e accapppararsi i voti
    Secondo me,
    Gli allevatori non hanno ridotto la produzione del latte perche altrimenti il risultato non valeva la candela.
    La Francia e Paesi Bassi hanno ridotto la produzione, soprattutto a causa dell’aumento del costo della razione bovina. La media europea, a novembre 2021, mostrava già un calo dell’1,1%. Anche allargando l’analisi all’offerta mondiale di latte ci si trova davanti a un calo dello 0,8%. In Nuova Zelanda, a dicembre, la raccolta è stata inferiore del 5%, mentre negli Stati uniti è del -1%.
    Gli unici paesi dove l’offerta di latte è in positivo sono Polonia, Irlanda e Italia.

    Per farci accorgere che ci siamo dobbiamo ridurre anche noi la produzione.
    Maurizio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.