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Indicazione d’origine: l’insostenibile leggerezza di un “nesso oggettivo”

La legislazione Ue in materia di etichettatura degli alimenti non preclude la possibilità per gli stati membri di imporre l’indicazione di origine. Va dimostrata però, in primo luogo, l’esistenza di un nesso oggettivo tra le qualità del prodotto e la sua provenienza. Così, in sintesi, si è pronunciata la Corte di giustizia europea in merito al ricorso, presentato da Lactalis, contro il decreto francese che ha introdotto l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta per latte e derivati, nel 2017. Proprio quello che ha fatto da modello (in realtà si trattò più di traduzione, ndr) per quello adottato poi in Italia. Al nesso oggettivo fra caratteristiche e origine si aggiunge un altro requisito, cioè stabilire se la maggior parte dei consumatori attribuisca un valore significativo a questo tipo di informazione. La Corte, tuttavia, non ha preso nessuna decisione sul caso specifico, rinviando al giudice francese la decisione nel merito dopo aver precisato, a suo avviso, i termini della questione.

Il latte, la qualità e la provenienza

Ma quella che dovrebbe essere una soluzione, almeno in termini generali, potrebbe anche essere l’inizio di una diatriba filosofica infinita. In ogni caso, mette il dito in quella che, da sempre, è oggettivamente una piaga che fa male: se l’Italia può vantare una tradizione nella trasformazione del latte che ha qualcosa di oggettivamente incredibile, dove la conformazione del territorio, la sua diversità, le tradizioni e le contaminazioni hanno dato luogo a una varietà di stili e tipologie di formaggi senza eguali, altrettanto non si può dire del latte. O meglio: difficile è dimostrare un primato inarrivabile, in termini di caratteristiche e di sostenibilità. Ci sono produttori che sottovoce, e solo così, ammettono che a volte un po’ di latte francese o tedesco, secondo i casi e per far solo due esempi, danno alla materia prima italiana che lavorano quel necessario sprint in più per formaggi unici. Ci sono poi mercati dove la richiesta più importante, nei volumi, è quella della convenienza: per tipologia di utilizzo (vedi la mozzarella per pizza) o per frequenza e abbondanza di utilizzo (ad esempio i grana nelle famiglie italiane). E anche questo spesso determina le scelte, a parità o magari perfino superiorità di valore. Eppure sul tema dell’origine molto si ricama, molto si costruisce, molto si fa politica. Ma come la mettiamo con il ‘nesso oggettivo’? E cosa è esattamente un ‘nesso oggettivo’? Al di là del merito specifico dell’etichettatura, è anche interessante l’idea che introduce questa sentenza: l’origine assume importanza, quindi va indicata, se conferisce qualcosa di oggettivamente diverso al valore del prodotto. Insomma, se si vuole continuare su questa strada andrebbe stabilito il nesso oggettivo fra il latte italiano e le qualità del prodotto.

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