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Piani produttivi dei formaggi Dop: hanno ancora senso, oggi?

“Dobbiamo immaginare soluzioni ai nodi strutturali del settore e dobbiamo confrontarci anche sulle quantità prodotto. Dalla fine delle quote latte la produzione è sempre aumentata e andiamo incontro a un eccesso di offerta. Occorre trovare degli sbocchi alternativi diversi dalla produzione di latte alimentare o di formaggi. Gli assessori regionali hanno proposto di studiare l’ipotesi di investire su impianti di produzione di latte in polvere. Potrebbe essere una strada per evitare che i surplus produttivi deprimano ancora i prezzi“. La dichiarazione del quasi ex ministro delle politiche agricole, Stefano Patuanelli, risale a pochissimi mesi fa, per l’esattezza a febbraio 2022, anche se sembra arrivare da un lontanissimo passato. Quello che si prevedeva come un futuro all’insegna dell’eccesso di offerta di latte si è in realtà trasformato nella più grande crisi di materia prima che il settore stia conoscendo. Favorita dalla corsa dei prezzi di tutti gli input, dalla siccità e dal rallentamento produttivo dei paesi del Nord. La corsa del prezzo del latte, in realtà, era già cominciata prima del Covid, verso la fine del 2019, quando la spinta rialzista si era fatta sempre più decisa. Poi la pandemia ha fatto da tappo, mettendo un coperchio sopra un’acqua che ha comunque continuato a bollire. Le vicende economiche, agricole e geopolitiche hanno fatto il resto, nel 2022, consegnandoci una fine d’anno davvero incerta sul fronte prezzo e disponibilità. Solo una cosa è certa: sarà difficile fermarsi a quei famosi 60 centesimi ipotizzati durante l’estate per l’ultimo mese dell’anno. Un mercato così turbolento sta facendo esplodere anche notevoli squilibri nella filiera, soprattuto in tema di piani produttivi dei formaggi Dop. Questo meccanismo, introdotto dal Regolamento UE n. 1308/2013 in deroga alla normativa in materia concorrenza, si dovrebbe giustificare in presenza di specifiche condizioni e per periodi temporali tendenzialmente limitati, con l’obiettivo di adeguare l’offerta del prodotto. I piani erano funzionali a contenere i volumi produttivi perché non ci fossero squilibri che penalizzassero il prezzo del latte. Insomma, erano nati per garantire all’allevatore il prezzo del latte, quando l’offerta era in eccesso, attraverso il contingentamento dei quantitativi e il conseguente innalzamento del prezzo dei formaggi all’ingrosso.

Ma ora? I piani sono identici, nei loro meccanismi, però le regole sono cambiate e il mercato ancora di più. Oggi le produzioni sono in negativo e il rischio è invece quello di mandare in recessione produttiva i formaggi Dop. Il difetto principale dei piani produttivi imposti è che sono strutture rigide, non in grado di adattarsi realmente al mercato se non in termini di piccoli aggiustamenti dei quantitativi. L’unico intervento che veniva fatto, in passato, era infatti ridurre leggermente le quantità a metà anno. Ma la situazione è capovolta e i piani produttivi come li conosciamo oggi non hanno l’elasticità necessaria per adattarsi. E basta guardare a cosa sta accadendo: nonostante le sollecitazioni al rialzo di queste settimane, ci sono produttori, nelle grandi Dop italiane, in primis nel Grana Padano, contrari ad una modifica dei piani produttivi verso l’alto perché si guadagna di più, anche molto di più, vendendo subito il latte sul mercato dello spot. I piani sono nati per una situazione di staticità del mercato che non esiste più, nonostante l’idea che tutto fosse immutabile, stravolto da cambiamenti a dir poco repentini. E’ chiaro, ed è anche insito nella norma, che il contingentamento produttivo è sempre destinato a saltare, prima o poi. Che sia arrivato quel momento? Se non fossero gli enti di tutela, a pensarci, potrebbe farlo l’Antitrust, cui già altre volte è stato chiesto di intervenire sulla pianificazione delle produzioni.

One thought on “Piani produttivi dei formaggi Dop: hanno ancora senso, oggi?

  1. Credo che oggi porsi la domanda sia superfluo, vista la particolare situazione economica che mette a rischio i consumi interni, con anche una eventuale calo della remunerazione dei produttori, che si troverebbero tra l’incudine e il martello per la difficoltà a collocare il prodotto e i costi di produzione schizzati alle stelle. Sull’antitrust, sarebbe opportuno iniziare un confronto su quanto sia opportuno, che l’antitrust intervenga su una produzione che, a mio parere non va ritenuta indispensabile per il consumatore( non è latte ma foraggio), se lo vuole lo acquista, e lo paga, se no lo lascia.

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