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Alto Adige: gli allevatori protestano per il latte estero. Ma le aziende rispondono: “E’ solo per produzioni conto terzi”

Pagare la materia prima locale 60 centesimi al litro non è uno scherzo. E’ ciò che accade con il latte dell’Alto Adige che, in virtù della localizzazione degli allevamenti e della conformazione del territorio, costa giustamente caro alle latterie. E d’altronde è un prezzo che la regione è stata capace di trasformare in un grande valore: c’è il marchio di qualità e ci sono anni di promozione e comunicazione, che rendono il prodotto altoatesino speciale agli occhi del consumatore. E come tale, naturalmente più costoso. Un circolo virtuoso, si direbbe, dove l’insieme del territorio e delle strategie ha reso possibile raggiungere un equilibrio fra economie di scala e valorizzazione della materia prima locale prodotta dai soci delle latterie. Le quali, dal canto loro, non sono state a guardare: in Alto Adige si trovano realtà importanti cresciute nel tempo, come Mila e Sterzing Vipiteno, capaci di proporre al mercato prodotti entrati stabilmente nelle case di molti italiani e percepiti come genuini e ricchi di valore. Un’isola felice, insomma? Non proprio. Il quotidiano ItaliaOggi ha dato la notizia, nei giorni scorsi, della protesta degli allevatori altoatesini che accusano le storiche latterie di acquistare materia prima estera per realizzare prodotti che, ovviamente, non si fregiano del marchio Alto Adige.

L’avvocato David Röttgen, che li rappresenta, ha spiegato al quotidiano: “Prima le latterie dell’Alto Adige hanno spinto i propri soci allevatori a produrre sempre più latte, poi dal 2018 hanno imposto un regime paragonabile alle vecchie quote latte europee limitando la produzione altoatesina. Ma al tempo stesso comprano latte fuori dall’Alto Adige dove i parametri di produzione non sono certi quelli altoatesini”. Di qui la protesta degli allevatori che dalle latterie, però, si sono visti rispondere che l’acquisto spot è necessario per remunerare correttamente il latte dei propri soci. Ma ad infastidire i produttori, oltre all’introduzione di un regime di contenimento della raccolta, c’è proprio il fatto che le cooperative acquistino latte sui mercati esteri. Ma analizzando tutti i fattori, almeno quelli noti, la polemica appare piuttosto pretestuosa. Come si diceva, le realtà altoatesine sono cresciute nel tempo in maniera importante, così come l’apprezzamento degli operatori. La specializzazione nel settore yogurt unisce importanti capacità produttive con una materia prima riconosciuta di grande valore. E’ inevitabile, dunque, che il mercato si rivolga a queste realtà con richieste di diverso tipo: c’è chi vuole il prodotto marchiato Alto Adige e chi invece desidera avvalersi della capacità produttiva e logistica di questi operatori, anche per prodotti dal costo più contenuto e senza il marchio d’origine. Un’occasione ovviamente da cogliere per le latterie, che consente di far lavorare gli impianti in modo sempre più efficiente e allargare la gamma di produzioni e clienti, rendendo sempre più sostenibile anche l’ottima remunerazione del latte locale. Il mercato, d’altronde, non è solo dei prodotti premium. A spiegarlo a ItaliaOggi, portando la voce delle imprese, è l’assessore provinciale all’Agricoltura ed ex senatore, Hans Berger: “Se c’è il marchio di qualità il latte è altoatesino, altrimenti sarebbe frode in commercio e sarebbe un danno enorme”. Quelle di cui si parla sono “lavorazioni per terzi, fatte con latte di terzi per la marca di altri. E’ soltanto prodotto in Alto Adige”.

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