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Latte: tutta la filiera in sofferenza. Possibili aumenti al consumo

Per anni è stato un mantra: non siamo autosufficienti in alcune filiere, in primis nella filiera del latte. Pertanto, è necessario importare dai paesi circostanti, anche perché quello italiano è il più caro d’Europa. L’argomento, di logica schiacciante, veniva sempre contrapposto a quanti gridavano allo scandalo per le cisterne di latte che varcavano i nostri confini dai vicini e produttivi paesi. Tanto che taluni sindacati agricoli hanno cominciato a spingere l’acceleratore della comunicazione su quello che doveva essere il risultato capace di cambiare le sorti del mercato del latte italiano: l’autosufficienza.

E così, complici anche i fondi per l’ampliamento delle stalle concessi alle aziende del circuito Dop – che, giova ricordarlo, sono tutte regolate da piani produttivi che invece regolano la crescita – l’autosufficienza tanto invocata è quasi raggiunta. E il risultato? Il più ovvio e prevedibile: la discesa del prezzo. Oggi, secondo i dati Clal.it, le consegne di latte sono in crescita: +3,3% dall’inizio dell’anno. Le cisterne hanno ripreso a viaggiare, ma fanno il percorso inverso: dal nostro Paese vanno verso quelli dove il latte costa di più, cioè i nostri ‘vecchi’ fornitori.

Perché, mentre qui si aumentava, al di là delle alpi si è scelta una strada diversa: contenere le produzioni e la consistenza dei bovini da latte per mantenere i prezzi più alti e ridurre le tensioni con il mondo allevatoriale. Tuttavia, il nostro resta comunque più costoso rispetto ad altri paesi e non competitivo quindi per realizzare commodity. Tutto normale se non fosse che qui, in realtà, si raccontava che l’autosufficienza avrebbe ridotto il conflitto e ricacciato il latte estero alle sue origini. Così è stato, in parte, ma l’effetto sul prezzo, i conflitti non fa che aumentarli. A questo si aggiungono alcune anomalie tutte italiane come quella, già citata, dei fondi per l’ampliamento delle stalle. Il fatto non è secondario ma determina un significativo squilibrio: le stalle delle Dop, che spuntano ovviamente prezzi più alti rispetto al mercato generale, producono più di quanto i formaggi assorbano, soprattutto in certi periodi. Il mercato del latte finisce così per essere invaso da materia prima che dovrebbe far parte di un circuito chiuso, le Dop, ma che talvolta risulta più conveniente vendere sul mercato dello spot, a seconda degli andamenti complessivi e di quelli relativi ai piani produttivi. Con l’effetto di creare, in modo sempre più marcato, due mercati e due livelli di allevatori separati. Perché, come è ben noto a tutti, l’ingresso nel circuito delle Dop è difficile e particolarmente costoso.

Nella situazione attuale, il meccanismo complessivo rivela tutta la fragilità del sistema: le materie prime estere sono alle stelle da mesi e le attese, per i prossimi, confermano questo trend. Gli energetici, da sempre tallone d’Achille dell’impresa italiana, sono aumentati in modo consistente così come la logistica e tutti i servizi e i beni ad essa connessi. A determinare gli aumenti di mais e soia sono stati diversi fattori, che vanno dalla pandemia alla siccità, dalle impennate di acquisti legate alla carenza di stock agli aumenti degli energetici, dalle speculazioni ai movimenti sul mercato dei colossi asiatici. Un quadro che spinge gli analisti ad immaginare che la situazione non cambi nel 2022, con il rischio concreto di situazioni di carenza per alcuni prodotti. Il settore primario è ovviamente in difficoltà e il ministro Patuanelli ha convocato, su richiesta, il classico tavolo nazionale latte dei periodi di crisi, previsto il 30 settembre al Mipaaf. Assolatte, come sempre, ha dato la sua disponibilità ricordando però le norme Antitrust che regolano la contrattazione sul latte e che le impediscono di siglare intese sui prezzi. Norme che in questi giorni proprio l’autorità ha ricordato, in un parere stilato sul contratto latte elaborato da Regione Puglia e sindacati. Sarà auspicabilmente il mercato, con i suoi attori, a trovare la giusta distribuzione dei costi lungo tutta la filiera.

Filiera, soffrono anche trasformazione e Gdo. E’ il turno del consumatore?

Se Atene piange, Sparta non ride. L’impennata dei costi è un problema per tutta la filiera, comprese ovviamente la trasformazione e la distribuzione. I consumi non sono così brillanti, tenere il ritmo della pressione promozionale è sempre più difficile e la Gdo è preoccupata dall’inflazione. Nei giorni scorsi, il retail ha sollevato il problema: l’idea di aumentare i prezzi al consumo proprio non piace. Qualcuno ha persino invocato l’intervento dell’Antitrust ma è certo che, dal canto suo, la trasformazione non è in grado di affrontare un autunno senza aumento dei listini. “Le imprese pagano di più l’energia, l’alluminio, i pallet, la plastica e la carte per gli imballaggi. Anche la Gdo è sotto pressione: le grandi catene hanno sollevato il tema dell’inflazione ed è comprensibile, ma non è più possibile che l’aumento dei costi sia ripartito solo a monte”, spiegano da Assolatte. Sembra inevitabile che la situazione richieda uno sforzo anche all’ultimo anello della filiera: chi acquista un prodotto alimentare. Perché la faccenda dell’aumento, ovviamente, questa volta non è solo un problema del settore lattiero caseario ma è di tutti, proprio di tutti.

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