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Parmigiano reggiano: il magazzino della discordia e la battaglia per la presidenza

La guerra che sta coinvolgendo il mondo del parmigiano reggiano si gioca sulla proposta, avanzata dal presidente Nicola Bertinelli, di costruire una mega struttura destinata alla stagionatura del parmigiano reggiano, di proprietà del consorzio di tutela, con i soldi del cosiddetto recovery fund. Sulla strada del faraonico progetto però si sono messe di traverso le coop.

Sul piatto non c’è solo un magazzino di stagionatura da 1 milione di forme, che già non sarebbe poco, ma anche il rinnovo delle cariche sociali del consorzio, ovvero la nuova presidenza. La guerra sotterranea (ma non troppo) che sta coinvolgendo il mondo del parmigiano reggiano si gioca sulla proposta, avanzata dal presidente Nicola Bertinelli, di costruire una mega struttura destinata alla stagionatura del parmigiano reggiano, di proprietà del consorzio di tutela, con i soldi del cosiddetto recovery fund. Bertinelli, raccontano le cronache, avrebbe già discusso con i sindaci del territorio e con i presidenti delle due province coinvolte, Reggio Emilia e Parma. Ma sulla strada del faraonico progetto, oltre alle difficoltà di ordine burocratico (ai consorzi spetta la tutela e la promozione, mentre le operazioni di stagionatura e vendita sono riservate agli attori diretti, cioè i caseifici), si sono messe di traverso anche le coop. La storia arriva da lontano. L’elezione di Bertinelli aveva infatti segnato una profonda frattura con il potentissimo mondo delle coop (cioè Legacoop e Confcooperative), che prima del suo avvento dominavano la scena del consorzio del re dei formaggi.

Come se non bastasse lo smacco dell’elezione di un outsider, tale era la candidatura Bertinelli in quel momento, si era aggiunto poi lo smacco di veder saltare il neo presidente sulla barca di Coldiretti, dopo un passato in Confagricoltura. Una decisione che ha fatto moltissimo rumore nell’ambiente e che ha reso ancora più distante la governance del parmigiano dai colossi della cooperazione, a maggior ragione dopo la nomina di Bertinelli alla vicepresidenza nazionale dell’associazione guidata da Ettore Prandini. I mugugni si erano fatti sempre più forti e oggi, a pochi mesi dall’appuntamento con il rinnovo delle cariche del Consorzio, fissato per la prossima primavera, la battaglia fra i due mondi entra nel vivo. La prima partita si gioca, come detto, sul nuovo magazzino. Ma l’obiettivo finale è riportare dalle parti delle coop la guida di uno dei più potenti consorzi dell’agroalimentare: per questa carica le voci parlano di pressioni sempre più forti su Simona Caselli, ex assessore regionale alle politiche agricole ed ex presidente di Legacoop Emilia Ovest.  Intanto, come nella miglior tradizione di questo settore, è iniziata la guerra delle lettere. Il primo atto è di Legacoop e Confcooperative, che hanno messo nero su bianco tutte le ragioni del no al nuovo maxi polo per la stagionatura, in una missiva indirizzata i vertici dell’ente di tutela. Ecco alcuni passaggi salienti:

La dovuta premessa è che a nostro avviso non rientra tra i ruoli del Consorzio l’attività commerciale, di stagionatura o più in generale qualsiasi funzione gestionale di cui invece si occupano le imprese del comprensorio […] In un’ottica di potenziamento dei posti forma comprensoriali, riteniamo che l’attività di magazzino non può che rimanere in capo ai caseifici sia nella gestione che nella proprietà. Inoltre, in coerenza con la ramificazione territoriale che contraddistingue il comprensorio e con le esigenze di natura gestionale, è auspicabile che si parli di magazzini più che di magazzino di stagionatura, prevedendo investimenti diffusi sui territori.  Negli ultimi giorni, il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano ci risulta abbia discusso dell’idea progettuale con i livelli istituzionali. Non avendo partecipato a tali incontri e restando fermi all’idea progettuale presentata in Commissione Riforme, piuttosto vaga e comunque tutta da dettagliare nei contenuti e nella sostanza, siamo a chiedere i dettagli di quanto proposto alle istituzioni. Allo stesso tempo, se vogliamo dare concretezza al percorso avviato, riteniamo sia necessario un cambio di passo. Anche le scriventi Organizzazioni sono chiamate ad esprimersi con i livelli istituzionali. E per farlo con cognizione di causa e nell’interesse dei nostri associati abbiamo bisogno di chiarezza e di una proposta progettuale dettagliata e formalizzata in un documento su cui avviare delle riflessioni e successivamente esprimere un parere circostanziato.

Senza dubbio, un’operazione di questo tipo avrebbe molte ripercussioni sul mercato trade che vanno analizzate con cura, richiederebbe anche modifiche sostanziali allo statuto consortile e, probabilmente, la nascita di una commerciale che lo affianchi, per non snaturare i suoi compiti ed evitare il rischio di un corto circuito fra controllati e controllante. A che titolo si muoverebbe il consorzio sul mercato? E quale sarebbe il ruolo delle aziende di trasformazione? E a che titolo verrebbero conferite le forme alla nuova struttura? Non c’è il rischio di fare ancora più cartello di quanto non si faccia già con le quote produttive? Queste sono alcune delle tantissime domande che un simile progetto suscita. Ma soprattutto viene da chiedersi: a chi giova questa guerra per il controllo del consorzio?

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