Parmigiano Reggiano
trasformazione & dintorni

Turismo caseario: Reggio Emilia tra le destinazioni internazionali per i cheese lover

Una selezione di Travel + Leisure inserisce il Parmigiano Reggiano tra i viaggi simbolo del formaggio mondiale. Uno spunto per leggere il potenziale turistico dei territori caseari italiani

Reggio Emilia entra tra le destinazioni internazionali segnalate agli amanti del formaggio. Lo spunto arriva da un articolo pubblicato da Travel + Leisure e dedicato ai luoghi più interessanti al mondo per il turismo caseario. Accanto a territori come la Normandia del Camembert, Gruyères in Svizzera, le Asturie del Cabrales, La Mancha del Manchego e l’isola croata di Pag, l’Italia è rappresentata da Reggio Emilia e dal Parmigiano Reggiano.

La scelta è comprensibile. Il Parmigiano Reggiano è una delle denominazioni casearie più conosciute al mondo. L’articolo ricorda il legame storico con Reggio Emilia, la produzione nata nel Medioevo, il vincolo territoriale della Dop e la possibilità di visitare i caseifici, seguendo le fasi di lavorazione dalla raccolta del latte alla coagulazione, dalla formatura fino ai magazzini di stagionatura.

Il punto più interessante, però, non è la presenza del Parmigiano Reggiano in una lista internazionale. È il modo in cui il formaggio viene raccontato: non come semplice prodotto da assaggiare, ma come esperienza territoriale. La visita a un luogo di produzione consente di collegare il gusto a un paesaggio, a una storia, a un metodo, a una comunità produttiva. È questa la base del cheese tourism.

Il formaggio come destinazione

L’articolo parte dall’idea che il luogo di origine sia inseparabile dal formaggio. Parmigiano Reggiano, Camembert de Normandie, Manchego, Gruyère, Cabrales o Paški Sir citati nell’articolo sono il risultato di territori, razze animali, alimentazione, clima, tecniche di lavorazione, ambienti di stagionatura e consuetudini produttive.

Da questo punto di vista, il turismo del formaggio è diverso da altre forme di turismo gastronomico. Spesso non ruota attorno a un’intera regione indistinta, ma a luoghi molto precisi: un caseificio, una grotta di stagionatura, un paese, un museo, una malga. Il valore dell’esperienza sta proprio nella possibilità di vedere dove e come nasce un prodotto.

Nel caso del Parmigiano Reggiano, questo elemento è particolarmente forte. Le grandi scalere, le forme marchiate a fuoco, il controllo del Consorzio, la stagionatura lunga e la ritualità della lavorazione sono parte del racconto tanto quanto il prodotto finito, sopratutto per un visitatore internazionale.

Una selezione parziale, ma significativa

La lista, naturalmente, non è una mappa esaustiva del formaggio mondiale. È una selezione turistica, costruita su destinazioni facilmente riconoscibili e su prodotti con un forte potere evocativo. Proprio per questo, la presenza della sola Reggio Emilia per l’Italia è interessante ma anche parziale.

L’Italia casearia non si esaurisce nel Parmigiano Reggiano. Il Paese dispone di una geografia del formaggio molto più ampia, fatta di Dop, Igp, produzioni tradizionali, alpeggi, distretti industriali, mercati locali, territori montani e filiere mediterranee. La Lombardia delle grandi Dop, la Valle d’Aosta della Fontina, il Piemonte dei formaggi d’alpeggio e di pianura, il Veneto dell’Asiago e delle malghe, la Campania della Mozzarella di Bufala, la Sardegna del Pecorino, la Sicilia dei formaggi ovini e caprini sono solo alcuni esempi di un patrimonio che avrebbe tutte le caratteristiche per essere raccontato anche in chiave turistica internazionale.

Il fatto che una selezione estera scelga Reggio Emilia non diminuisce il valore degli altri territori. Semmai mostra quanto sia importante costruire narrazioni riconoscibili. Il Parmigiano Reggiano è immediatamente leggibile per il pubblico internazionale: ha un nome forte, una Dop nota, luoghi visitabili, una storia consolidata e un immaginario già presente nella cultura gastronomica globale.

Dal prodotto al territorio

Per il lattiero-caseario italiano, il tema è strategico. Il turismo del formaggio non sostituisce il mercato, ma può rafforzarne il valore. Portare visitatori nei luoghi di produzione significa avvicinare il consumatore alla filiera, rendere visibile il lavoro agricolo e caseario, costruire reputazione e generare ricadute per territori talvolta lontani dai grandi circuiti turistici.

Le destinazioni citate dalla selezione internazionale hanno un elemento comune: rendono visibile il legame tra formaggio e luogo. La Normandia racconta il Camembert attraverso il paesaggio lattiero e i musei dedicati; Gruyères concentra in un piccolo centro medievale fabbrica, visite e identità alpina; le Asturie legano il Cabrales alle grotte naturali dei Picos de Europa; Pag costruisce il racconto del proprio formaggio sul vento salino, sulle erbe dell’isola e sul latte ovino.

L’Italia dispone di molti territori capaci di fare lo stesso. Ma perché questo potenziale diventi riconoscibile anche fuori dai confini nazionali servono percorsi, accoglienza, comunicazione, visite organizzate, collegamenti con ristorazione e commercio specializzato, presenza digitale e collaborazione sempre più stretta tra Consorzi, imprese, enti turistici e istituzioni locali.

Il turismo caseario resta ancora meno sviluppato, almeno nella percezione internazionale, rispetto al turismo del vino. Eppure ha caratteristiche molto forti: stagionalità, paesaggio, artigianalità, cultura agricola, ritualità produttiva, degustazione, identità locale. La sfida è trasformare questi elementi in offerte leggibili, accessibili e professionali. La presenza di Reggio Emilia in una selezione internazionale per cheese lover va quindi letta come un segnale positivo, ma anche come un invito ad allargare lo sguardo.