Latte italiano verso 14 miliardi di litri: cresce la produzione, torna il nodo dell’equilibrio
La produzione italiana di latte continua a crescere e nel 2026 potrebbe avvicinarsi ai 14 miliardi di litri. Il tasso di autosufficienza è salito al 93,2% e l’export dei formaggi continua a sostenere il sistema, ma per buona parte dell’anno l’offerta rischia di superare la capacità di assorbimento dell’industria. È il quadro emerso a B2Cheese dal convegno promosso da Assocaseari, con l’analisi di CLAL e il confronto tra industria e operatori della filiera.
Il latte non manca. La domanda mondiale continua a crescere e l’export dei formaggi italiani mantiene un andamento positivo. Eppure proprio l’aumento della produzione sta riportando al centro del mercato italiano una parola che nel settore ricorre sempre più spesso: equilibrio.
È il quadro emerso il 24 settembre alle 10.30 a B2Cheese, durante il convegno promosso da Assocaseari “Dentro il mercato lattiero-caseario: i numeri e le analisi di CLAL e le politiche europee con Eucolait”. L’analisi di mercato è stata presentata da Mirco De Vincenzi e Alberto Lancellotti di CLAL, mentre Jukka Likitalo, direttore generale di Eucolait, ha affrontato il quadro geopolitico, commerciale e delle politiche europee. Al confronto hanno partecipato diversi primari operatori dell’industria ed è intervenuto anche Paolo Zanetti, presidente di Assolatte.
Più latte nel mondo, ma la crescita rallenta
Il primo elemento messo in evidenza da CLAL riguarda l’offerta mondiale. La produzione dei principali Paesi esportatori aveva cominciato ad accelerare già nella seconda metà del 2025, arrivando a fine anno su ritmi particolarmente elevati. A sostenere l’aumento sono stati inizialmente soprattutto gli Stati Uniti, dove la crescita produttiva si lega anche agli investimenti messi in campo per aumentare trasformazione ed export, e successivamente l’Europa.
Nel Vecchio Continente hanno giocato a favore un andamento climatico inizialmente meno problematico, minori pressioni sanitarie rispetto al 2024, buoni margini alla stalla e un rallentamento delle macellazioni. Da allora l’offerta ha iniziato a moderarsi, ma resta positiva: a luglio, nel complesso dei principali esportatori monitorati, la produzione risultava ancora superiore di circa il 2,3% rispetto all’anno precedente.
La domanda cresce, ma la produzione europea di latte corre di più
Sul lato della domanda il quadro non è fermo. Nei primi sette mesi dell’anno gli scambi mondiali dei principali prodotti lattiero-caseari hanno raggiunto circa 12,5 milioni di tonnellate, con una crescita del 4,4%. L’Europa resta il primo grande esportatore, seguita da Nuova Zelanda e Stati Uniti. Proprio gli Usa stanno però aumentando rapidamente la propria presenza internazionale.
Il problema, per l’Europa, è il rapporto tra le due velocità. Nei primi sette mesi l’incremento della produzione europea è stato quantificato da CLAL in circa 2,8 milioni di tonnellate di latte, mentre la maggiore quantità esportata, espressa in equivalente latte, è stata nell’ordine di 1,3 milioni di tonnellate. In altre parole: l’export cresce, ma non abbastanza da assorbire integralmente l’aumento dell’offerta.
Italia al 93,2% di autosufficienza
La stessa dinamica è particolarmente evidente in Italia. Dopo gli anni immediatamente successivi alla fine delle quote latte, quando il tasso di autosufficienza era intorno al 70%, il Paese è arrivato oggi al 93,2%, livello ormai consolidato.
La produzione nazionale risultava a giugno in crescita del 3,7% su base annua. Un risultato che deriva anche dagli investimenti realizzati nelle aziende agricole: le stalle italiane sono oggi mediamente meglio attrezzate per mitigare l’effetto delle alte temperature rispetto a quelle di alcune altre grandi aree produttive europee.
Quello che rappresenta un miglioramento dal punto di vista produttivo introduce però una nuova questione di mercato. Durante il confronto è stata avanzata una proiezione vicina ai 14 miliardi di litri di latte italiano nel 2026, quantità che potrebbe portare l’Italia anche oltre i volumi olandesi.
Il dato medio sull’autosufficienza non racconta però completamente il mercato. Nel corso del convegno è stato sottolineato come l’Italia possa trovarsi in eccedenza per una parte consistente dell’anno e tornare invece deficitaria nella fase estiva. Il problema diventa quindi meno “quanto latte produciamo in dodici mesi” e molto più “quanto latte il sistema riesce ad assorbire quando arriva”.
Nella seconda metà del 2025 e all’inizio del 2026 l’aumento inatteso della produzione aveva già provocato forti tensioni sul mercato dello spot. L’estate ha aiutato a recuperare equilibrio grazie soprattutto alla buona domanda di mozzarella e formaggi freschi, favorita anche dalle temperature elevate, ma la spinta produttiva non sembra essersi esaurita. Da qui il timore emerso nel confronto di poter ritrovare verso fine anno una situazione simile a quella già vissuta dodici mesi fa.
Dop ed export assorbono, ma c’è un altro 54%
La struttura casearia italiana rappresenta certamente una protezione. Circa il 46% del latte nazionale è destinato alle produzioni Dop, che consentono valorizzazioni molto superiori a quelle delle commodity e contribuiscono a mantenere il prezzo del latte italiano sopra la media europea.
Anche l’export continua a svolgere un ruolo decisivo. Le esportazioni italiane di formaggio sono ancora in crescita e comprendono non soltanto Grana Padano, Parmigiano Reggiano e altre Dop, ma anche una componente molto importante di formaggi freschi e grassi.
Resta però oltre metà del latte italiano che deve confrontarsi direttamente con il mercato europeo e mondiale e con consumi interni che non crescono alla stessa velocità della produzione.
Il latte fresco continua infatti il proprio declino strutturale, mentre numerose categorie di formaggio sono sostanzialmente stabili. Vanno meglio mozzarella, grattugiati e soprattutto yogurt, che prosegue una fase di crescita già visibile negli anni precedenti.
L’import di latte sfuso scende del 25%
Una prima risposta alla maggiore disponibilità nazionale è già arrivata. Secondo i dati presentati da CLAL, nel 2026 le importazioni italiane di latte sfuso sono diminuite di circa il 25%. È un passaggio significativo: prima di cercare nuovi sbocchi, più produzione interna consente di sostituire almeno in parte il latte che negli anni precedenti veniva acquistato all’estero.
Ma la discussione a B2Cheese è andata oltre. Se l’Italia continuerà ad avvicinarsi all’autosufficienza, il tema potrebbe riguardare anche i semilavorati lattiero-caseari, che il Paese continua a importare in quantità rilevanti. La domanda posta durante il confronto è semplice: se esiste latte nazionale in eccesso, una parte potrebbe essere utilizzata per produrre internamente ingredienti e semilavorati oggi comprati all’estero? La risposta non è automatica, perché resta decisiva la convenienza economica. Ma con una disponibilità crescente il tema diventa inevitabilmente più rilevante.
Zanetti: l’autosufficienza può diventare competitività
Paolo Zanetti ha proposto anche una lettura positiva della crescita produttiva. Per il presidente di Assolatte, se oggi l’Italia produce più latte è anche perché la filiera è riuscita negli anni a valorizzarlo: attraverso Dop, industria, prodotti e una crescita dell’export che ha pochi equivalenti in altri comparti.
Avvicinarsi all’autosufficienza, però, comporta una conseguenza: il prezzo del latte italiano tenderà inevitabilmente a confrontarsi sempre di più con quello europeo. Una riduzione del differenziale, pur meno favorevole sul lato della remunerazione immediata, potrebbe rendere più competitivi sui mercati internazionali anche prodotti come mozzarella e formaggi non Dop. Il punto torna quindi ancora una volta all’equilibrio: produrre più latte può essere un vantaggio se parallelamente cresce la capacità di trasformarlo e venderlo.
Gli Stati Uniti guadagnano terreno sul formaggio
A complicare la partita c’è poi una concorrenza internazionale sempre più aggressiva. Nei primi sette mesi del 2026 le esportazioni mondiali di formaggio sono aumentate dell’8,6%, arrivando a circa 2 milioni di tonnellate. L’Unione europea resta il principale esportatore, con circa 863 mila tonnellate e una crescita vicina al 6%.
Gli Stati Uniti, però, corrono molto più velocemente: +23,8% nei primi sette mesi, dopo incrementi già a doppia cifra negli anni precedenti. Lo stesso accade sul burro: dopo una crescita intorno al 150% nel 2025, le spedizioni americane aumentano di un altro 65% quest’anno.
Il vantaggio è soprattutto nel prezzo. Formaggi e grassi statunitensi arrivano sui mercati mondiali con quotazioni significativamente inferiori a quelle europee e neozelandesi, consentendo agli Usa di conquistare nuovi sbocchi.
Le proteine diventano sempre più preziose
L’Europa conserva invece una posizione competitiva migliore sulle polveri di latte scremato e sulla frazione proteica. Le quotazioni delle SMP negli ultimi mesi hanno smesso di scendere e mostrano segnali di consolidamento o recupero. Lo stesso vale per diversi derivati del siero.
Dietro c’è una domanda strutturalmente più forte di proteine, alimentata dall’alimentazione sportiva, dai prodotti per l’infanzia e, più recentemente, anche dai nuovi modelli alimentari legati all’utilizzo dei farmaci GLP-1, nei quali il mantenimento della massa muscolare aumenta l’attenzione all’apporto proteico.
Il cambiamento nella valorizzazione delle diverse componenti del latte sta contribuendo a migliorare anche i ricavi industriali europei.
Prezzo del latte: per ora non emerge un nuovo crollo
Nonostante l’aumento della produzione, lo scenario delineato da CLAL sui prossimi mesi non è quello di una nuova caduta generalizzata delle quotazioni. L’offerta europea sta rallentando rispetto ai picchi precedenti e alcune valorizzazioni industriali stanno recuperando. Ad agosto il prezzo medio ponderato del latte alla stalla nell’Unione europea era intorno a 43,16 euro per 100 kg, contro circa 48 euro in Italia.
Anche il latte spot, dopo essere sceso molto nella prima parte dell’anno, è rientrato verso valori più vicini a quelli del latte alla stalla. La prospettiva indicata nel corso del convegno è quindi di un prezzo che nei prossimi mesi potrebbe mantenersi sui livelli attuali o recuperare leggermente.
Ma la vera variabile resta la quantità. Con un’Italia ormai vicina all’autosufficienza e una produzione che continua a crescere, la tenuta del mercato dipenderà sempre più dalla capacità della filiera di trasformare quel latte in prodotti competitivi, sostituire parte delle importazioni e soprattutto trovare nuovi sbocchi sui mercati internazionali.
