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Latte e prezzi: perché gli ammassi rischiano di allungare la crisi

Mentre il mercato del latte europeo del latte fa i conti con un eccesso di offerta e listini sotto pressione, nel dibattito tornano a circolare parole e ricette già note: ammassi pubblici o privati, “paracadute” straordinari, richieste di ritiro di burro e polveri dal mercato per sostenere i prezzi. Misure presentate come strumenti “anticiclici” per difendere redditi agricoli messi a dura prova, ma la storia recente del settore – e i fondamentali del mercato globale – suggeriscono prudenza: quando si prova a sostituire il mercato con la politica, le crisi tendono ad allungarsi, non ad accorciarsi. In questo senso, vale la pena ricordare cosa è successo nell’ultima grande crisi europea del latte, tra il 2015 e il 2018.

Dal crollo dei prezzi all’intervento UE su polveri e burro

Tra il 2015 e il 2016 l’Unione europea è intervenuta massicciamente sul mercato delle polveri di latte scremato (SMP). In tre anni, Bruxelles ha accumulato in intervento pubblico circa 378.000 tonnellate di SMP, pari a circa il 6,5% della produzione mondiale e a circa il 20% del commercio globale del prodotto. 

L’obiettivo era chiaro: togliere prodotto dal mercato in una fase di prezzi depressi, stabilizzare le quotazioni e dare ossigeno alle stalle. A questo si è aggiunto l’uso estensivo degli strumenti di stoccaggio privato (private storage) anche sul burro, con quantità significative parcheggiate in magazzino e remunerate dalla politica agricola. Il problema? Il meccanismo si è mosso lentamente. Quando i volumi in intervento hanno iniziato a crescere davvero, il ciclo di mercato aveva già iniziato a cambiare segno: la domanda di grasso era tornata vivace e i prezzi del burro si avviavano verso i livelli record del 2017.

Latte e ammassi: lo stock “ombra” che ha pesato sui prezzi negli anni successivi

Ma quale è stato l’effetto di medio termine? Alla fine del 2017, nei magazzini europei erano ancora presenti oltre 370.000 tonnellate di SMP in intervento, difficili da collocare senza schiacciare il mercato. 

Per svuotare gradualmente gli stock, la Commissione ha aperto una lunga serie di gare di vendita, accettando alla fine prezzi sensibilmente inferiori al prezzo di intervento (intorno ai 1.000-1.230 euro per tonnellata contro un prezzo di acquisto di circa 1.698 euro). Diversi studi economici hanno stimato che il rilascio di queste polveri “vecchie” sul mercato internazionale ha depresso il prezzo globale della SMP nel 2018-2019 rispetto a uno scenario senza intervento, con impatti negativi anche sul valore del latte alla stalla in altri Paesi esportatori. 

In altre parole: un intervento nato per attenuare la crisi ha finito per allungarne l’ombra nel tempo, creando un “tetto” artificialmente basso alle quotazioni delle polveri e condizionando le strategie industriali europee.

Un mercato globale di “vasi comunicanti”

Come ha ricordato Roberto Brazzale in una lettera al direttore del Foglio, il latte è uno dei prodotti più globalizzati in assoluto: è “prodotto in tutti i paesi del mondo” e circa il 15% entra nel commercio internazionale sotto forma di derivati conservabili. Ne deriva “un sistema di vasi comunicanti che trasmette i prezzi con grande rapidità”: l’Europa, che da sola vale circa il 30% dell’export mondiale e il 15% della propria produzione in uscita, è per definizione esposta ai prezzi internazionali.

In questo sistema, piccoli scostamenti di quantità possono produrre oscillazioni molto forti sui listini delle commodity. Il burro, ricorda ancora Roberto Brazzale, è “la commodity più volatile al mondo” e può muoversi tra +100% e –50% in soli due anni. A questi fattori reali si sommano quelli finanziari: quando il dollaro perde terreno sull’euro, è “come se fuori dall’Europa comparisse un cartello ‘saldi del 15%’” per chi compra prodotto europeo. In un contesto così fluido, pensare di stabilizzare i prezzi per decreto rischia di essere un’illusione costosa.

Il vero strumento anticiclico: lasciar lavorare il prezzo

Al centro del ragionamento c’è un punto che, nel dibattito sulle misure d’emergenza, torna poco: il prezzo non è solo un numero, è un’informazione. “I prezzi incorporano miliardi di informazioni e, se non manipolati, accorciano i cicli: guidano gli operatori a riequilibrare spontaneamente domanda e offerta”, scrive ancora Roberto Brazzale. Da qui la conclusione più netta: “L’unico vero strumento anticiclico è il prezzo lasciato libero di funzionare”.

Quando il latte scende, manda un segnale chiaro a tutta la filiera: agli allevatori, perché adeguino la produzione; all’industria, perché orienti il latte verso prodotti e mercati più dinamici; alla distribuzione, perché colga l’opportunità di promuovere categorie in sofferenza.

Se al contrario si interviene “dall’alto” con ammassi o acquisti pubblici, si invia al mercato un messaggio opposto: l’eccesso di offerta viene mantenuto artificialmente in vita. Questo non significa ignorare la difficoltà reale delle stalle, ma la direzione di marcia – per chi opera nel lattiero-caseario europeo – resta quella di remunerare il latte grazie a prodotti, marchi, export e accordi commerciali che trasferiscano valore lungo la filiera. E non quella, assai pericolosa come dimostra la storia, di immobilizzare prodotto e prezzi nei frigoriferi pubblici. Ogni meccanismo di ammasso non elimina l’eccedenza, la sposta nel tempo. La lezione del 2016 è che lo stock torna sul mercato prima o poi, e quando rientra può pesare in modo significativo sulle quotazioni. In questo mercato globale, la vera protezione non è un tappo sull’acqua, ma la capacità di stare nella corrente meglio degli altri.