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Granarolo: “Allarme rosso per la tenuta del sistema. Sbagliato concentrare l’attenzione solamente sul consumatore finale”

Ore drammatiche per il lattiero caseario. La grave situazione dei rincari delle materie prime unita all’indisponibilità della Gdo a riconoscere gli aumenti di listino, stanno mettendo in estrema difficoltà tutta la filiera. Agli appelli, come quello diffuso da Assolatte, si aggiunge ora la lettera firmata da tutti i consiglieri di Granlatte e Granarolo ed inviata alle sindacali agricole (Cia, Coldiretti, Confagricoltura), ai presidenti di Fedagri, Legacoop e Agci-Agrital e a quelli di Assolatte e Federalimentare. “Chiediamo che chi produce sia salvaguardato non di più, ma quantomeno alla stregua di chi compra, distribuisce e di chi consuma ed è necessario riconoscere il giusto prezzo per un cibo di qualità e sostenibile, in primo luogo proprio da parte di chi lo compra, lo distribuisce e lo consuma”, scrivono i consiglieri di Granlatte e Granarolo. “Non esiste nessuna possibilità di superare indenni l’onda inflattiva nel breve periodo e nessuno può pensare di scaricarla interamente a monte o a valle. In sintesi, se continua così agli allevatori non basteranno i 41 centesimi e chi trasforma avrà la necessità di scaricare parte dell’inflazione sui listini per non chiudere. Le catene della distribuzione stanno preservando la capacità di acquisto delle famiglie italiane, ma la coperta è chiaramente troppo corta e chi non riesce a coprirsi rischia di non superare la nottata“.

Nelle lettera Granlatte-Granarolo, non mancano accuse dirette verso i comportamenti tenuti da alcune insegne in tema di promozioni che si avvicinano pericolosamente alle tanto citate pratiche sleali: “La grande distribuzione, alla stregua di quanto è stato fatto per fronteggiare il caporalato nel pomodoro, non dovrebbe trattare con chi non ha ancora adeguato le liquidazioni o gli accordi con gli allevatori. E invece se ne avvale per politiche promozionali al limite delle pratiche sleali, con prezzi alla vendita che non coprono i costi di produzione”.

Ma il dito di Granarolo è puntato anche contro la politica: “Il Governo si limita ad apparecchiare la tavola ma non ha messo ancora nulla sul tavolo. Adesso che finalmente un tavolo esiste, andrebbe usato per fare qualcosa di concreto e soprattutto per farlo in fretta, andando oltre i contenuti dell’attuale protocollo, per dare una risposta prima che il sistema imploda su se stesso”.

Granarolo, la lettera integrale

“In qualità di consiglieri della cooperativa Granlatte e di Granarolo, a nome dei nostri 600 colleghi allevatori distribuiti in tutto il Paese, sentiamo il bisogno di sollecitare le organizzazioni della rappresentanza agricola, della trasformazione e della cooperazione ad una presa di posizione a sostegno dell’intera filiera lattiero-casearia italiana. Da molte settimane assistiamo ad un ingiustificabile rimpallo sull’inflazione dei costi di produzione che sta colpendo duramente il mondo agricolo e l’industria agroalimentare.

Per la nostra natura di filiera, subiamo ogni giorno l’impatto dell’inflazione in ogni snodo del processo produttivo, sul campo, alla stalla, negli stabilimenti, allo scaffale. Questa volta è allarme rosso davvero per la tenuta del sistema, come non è mai stato in passato ed è sbagliato concentrare l’attenzione solamente sul consumatore finale.

Noi chiediamo che chi produce sia salvaguardato non di più, ma quantomeno alla stregua di chi compra, distribuisce e di chi consuma ed è necessario riconoscere il giusto prezzo per un cibo di qualità e sostenibile, in primo luogo proprio da parte di chi lo compra, lo distribuisce e lo consuma.
Non esiste nessuna possibilità di superare indenni l’onda inflattiva nel breve periodo e nessuno può pensare di scaricarla interamente a monte o a valle. Parlare genericamente di latte oggi è fuorviante.


Nel caso delle Dop le compravendite si riferiscono ai bollettini delle principali borse merci in maniera trasparente, per tutto il resto i contratti sono la conseguenza dei rapporti di forza tra chi produce, chi trasforma e chi distribuisce e non è un segreto che, in assenza di un’interprofessione, sono gli allevatori l’anello debole della catena.


La produzione è aumentata e questo di per sé è un bene, ma a chi conosce come voi il mondo agricolo non sfugge che questo è frutto di ingenti investimenti sostenuti dagli allevatori che oggi devono pagarne gli interessi bancari. Non aumentano i consumi interni, dipendiamo dalle importazioni per l’alimentazione degli animali e per l’energia. I costi per le lavorazioni e le semine per l’autoproduzione dei foraggi stanno crescendo a dismisura.


A fronte della velocità impressa dalla valanga dei costi, il protocollo che vede impegnate le organizzazioni della rappresentanza, sotto la regia del Ministero, si sta rivelando non sufficiente, utile quando è stato pensato ma ormai superato. Semmai la grande distribuzione, alla stregua di quanto è stato fatto per fronteggiare il caporalato nel pomodoro, non dovrebbe trattare con chi non ha ancora adeguato le liquidazioni o gli accordi con gli allevatori. E invece se ne avvale per politiche promozionali al limite delle pratiche sleali, con prezzi alla vendita che non coprono i costi di produzione.
In sintesi, se continua così agli allevatori non basteranno i 41 centesimi e chi trasforma avrà la necessità di scaricare parte dell’inflazione sui listini per non chiudere.

Le catene della distribuzione stanno preservando la capacità di acquisto delle famiglie italiane, ma la coperta è chiaramente troppo corta e chi non riesce a coprirsi rischia di non superare la nottata.
Un punto a favore del protocollo è stata l’istituzione di un tavolo permanente che vede partecipi tutti gli attori, il modo agricolo, la trasformazione, la cooperazione e la distribuzione. Il Governo si limita ad apparecchiare la tavola ma non ha messo ancora nulla sul tavolo. Adesso che finalmente un tavolo esiste, andrebbe usato per fare qualcosa di concreto e soprattutto per farlo in fretta, andando oltre i contenuti dell’attuale protocollo, per dare una risposta prima che il sistema imploda su se stesso. Lo scenario del prossimo futuro conferma infatti inflazione, probabile aumento dei tassi d’interesse, calo dei consumi nazionali, ulteriore aumento della produzione lattiera e una riforma della Pac che colpirà negativamente gli allevatori.


Chi fa latte, chi munge e chi lo trasforma, quando si ferma è per sempre. Parliamo di migliaia di imprese e di posti di lavoro, parliamo di presidio territoriale, di sostenibilità ambientale, economica e sociale dei territori rurali, ma parliamo anche della necessità di salvaguardare la produzione di un cibo di qualità, fondamentale per vivere bene e per preservare la nostra salute.

Gli indirizzi di politica agricola della Comunità europea chiedono agli agricoltori e all’industria di intraprendere la transizione sostenibile e nessuno si è tirato indietro nel nome dei nostri figli, ma non si può chiedere a chi non riesce a far quadrare i propri conti di pensare al futuro e al mondo che verrà.
I nostri soci e noi stessi riconosciamo con orgoglio di essere nel posto giusto per dare dignità al nostro lavoro e alle nostre aziende, il nostro Gruppo anche in questo frangente è vicino ai propri soci. Dovremmo e vorremmo potere fare di più ma stiamo parlando di oltre 10 punti di inflazione che non trovano copertura dai prezzi di vendita, dunque mai come oggi è importante che il mondo della rappresentanza si schieri dalla parte degli agricoltori e dell’industria virtuosa con la necessaria determinazione, facendo leva sulle istituzioni e promuovendo una giusta informazione.
Sappiamo di trovare in tutte le organizzazioni in indirizzo interlocutori responsabili e attenti a questo appello e siamo fin d’ora disponibili, come Gruppo e come singoli allevatori a condividere le iniziative che si riterranno utili a porre nella giusta evidenza il rischio di sacrificare alla demagogia un comparto fondamentale per il nostro Paese“.

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