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India: i formaggi italiani inciampano sul caglio animale

Pur essendo il primo produttore di latte al mondo, l’India non è certo fra i protagonisti degli scambi commerciali, né in uscita né in entrata. Da sempre, infatti, il gigante asiatico ha blindato i propri confini, a difesa della produzione di latte locale sulla quale si base l’economia agricola e la vita di un’ampia fetta della popolazione, impegnata nel piccolo e piccolissimo allevamento. Aperta alle aziende che decidono di aprire stabilimenti nel Paese, non lo è altrettanto rispetto a ciò che arriva invece già pronto per il mercato. Ma da febbraio 2020, per i formaggi italiani, si è aggiunta una nuova tegola: il divieto di importazione per i prodotti realizzati con caglio vegetale.

Una decisione che ha fatto crollare del 60% le esportazioni italiane di formaggi verso l’India, a volume, e del 62% a valore dalla sua entrata in vigore. Anche se non non è certamente un paese top importer, questi numeri sono decisamente negativi anche perché si tratta di perdere posizioni faticosamente conquistate in un mercato assai difficile, anche sotto il profilo burocratico. Nel caso dei due grana Dop, che non propongono alternative senza caglio animale, le cifre si fanno ancora più significative: Parmigiano reggiano e Grana Padano sono addirittura calati del 90%.

La modifica del certificato veterinario

Nel concreto, il governo indiano, poco più di un anno fa, ha modificato il certificato veterinario necessario per autorizzare l’ingresso dei formaggi italiani nel paese. Eliminando il caglio animale, che non può far parte dell’alimentazione induista. Un fatto che per anni non aveva costituito un ostacolo, purché fosse indicata chiaramente in etichetta la presenza di caglio animale. Assolatte ha lanciato l’allarme in questi giorni, chiedendo l’intervento dell’ambasciata italiana a Nuova Delhi, dei ministri competenti del governo e della commissione Ue, per il timore di perdere il treno della ripresa post pandemia.

Ma la vicenda ripropone anche un tema piuttosto importante, cioè quello delle alternative con caglio non animale. Che la scelta sia di natura religiosa, come nel caso degli induisti ma non solo, o che sia per scelte alimentari, ad esempio i vegetariani, proporre l’alternativa di formaggi realizzati senza l’utilizzo di questo derivato animale è davvero decisiva, particolarmente in chiave export. Molte sono le aziende, anche fra gli stessi produttori delle Dop, che realizzano formaggi analoghi con caglio vegetale o microbico, così come ci sono Dop, ad esempio l’Asiago, che hanno fatto un percorso di ricerca e modifica del proprio disciplinare proprio per consentire l’utilizzo di caglio non animale. Forse, ne varrebbe la pena anche per i due grana Dop. Perché ci sono così forti opposizioni in tal senso? Non sarebbe questo anche un modo di provare a recuperare quote di mercato perdute o conquistarne di nuove?

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