SuperMercato

Amazon: 44 miliardi di ricavi e zero tasse. La colpa è delle leggi europee antiquate. Ma anche nostra

Fa scalpore ed è sempre più semplice fermarsi al titolo con un approfondimento relativo della notizia, che supporti la teoria che ci siamo costruiti o che indossiamo con più gusto. I fatti: questi sono i giorni caldi per la pubblicazione dei risultati fiscali del primo trimestre del 2021 e i consuntivi per il 2020. Tempo di bilanci e di tasse. Ebbene, il bilancio di Amazon nel 2020 è dorato: 434 miliardi di fatturato. Un record. Che però si contrappone a un fatto. L’azienda che ha stravolto le regole del commercio e che ha beneficiato come non mai del Covid-19 per rafforzarsi nell’e-commerce non pagherà nemmeno un euro di tasse. Ma la colpa non può essere attribuita con intento persecutorio e inquisitorio sempre e solo ad Amazon. La colpa è di un corpus legislativo europeo e italiano antiquato, che non viene aggiornato e che è rimasto a un’epoca nel quale l’online era prerogativa dei fornitori di servizi di connettività fissa e mobile. Non era il perno su cui sarebbe cambiato per sempre il commercio.

Partiamo dai fatti. Amazon, anche quella italiana, ha la sede europea e fiscale in Lussemburgo, Paese scelto da tantissime aziende e giganti in vari comparti (tanto per capirci, la holding che controlla Ferrero ha sede nella città di Findel di Sandweiler, viciono all’aeroporto di Lussemburgo). E perché questo fazzoletto di terra in regime di Monarchia parlamentare che confina con Belgio, Francia e Germania è così densamente popolato di headquarter? La risposta è semplice e persino banale: nel Granducato si pagano meno tasse, ci sono ampi regimi di compensazione in credito d’imposta e agevolazioni di ogni genere. Agevolazioni create appositamente per attirare questi giganti finanziari.

Amazon sede fiscale in Lussemburgo

E qui si incardia una delle distonie e distopie della logica di comunità che vige in Europa: la competizione, fortissima nel corso degli anni ’90 e primi 2000 e ora solo leggermente scemata, da parte delle Capitali dei Paesi per accaparrarsi industrie di altissimo profilo. Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Regno Unito, Belgio, Germania, Spagna e di recente l’Est europeo hanno lungamente competuto a colpi di riduzioni di tasse e imposte per fregiarsi dell’apertura dell’headquarter di turno.

Per esempio, in piena esplosione dell’informatica negli anni ’90 l’Irlanda vantava le sedi europee di moltissime aziende influenti (da Creative Labs a Microsoft). Negli anni 2000 il Lussemburgo ha preso piede. E tutto sulla base utopistica della legge comunitaria che prevede la semplificazione nel pagamento delle tasse. La logica è che vengano pagate secondo le leggi vigenti in almeno un Paese appartenente all’UE. Le aziende scelgono quello che più le beneficia.

Dunque dove è lo scandalo, se questa è la competizione, se Amazon ha scelto il Lussemburgo che gli ha garantito “250 milioni di vantaggi fiscali” che sono tutt’ora al vaglio della Corte di Giustizia europea in quanto ritenuti “illeciti”.

Si legge sul Corriere.it:

Nonostante i 44 miliardi di ricavi, infatti, Amazon ha chiuso i conti del 2020 presentando perdite per 1,2 miliardi di euro; un «rosso» che dovrebbe garantire un credito d’imposta di 56 milioni e che si aggiunge ad altri sconti fiscali concordati tra i manager di Bezos e il fisco del Granducato. Al tirar delle somme è risultato che la società non doveva versare nulla alle casse del Fisco. Dal 2017, però, i «guardiani» della Ue e il Lussemburgo sono in lite proprio per 250 milioni di agevolazioni concesse ad Amazon e ritenute indebite. Bruxelles ha ordinato al Lussemburgo di farsi restituire quei 250 milioni, ma il piccolo Stato oppone resistenza.

Amazon si difende sostenendo che nel 2020 sono stati fatti ingenti investimenti e che le tasse sono pagate in modo coerente con la disciplina europea (peccato che in Lussemburgo fluiscono i ricavi di tutti i Paesi europei in cui è opera la piattaforma). Non basta la timida posizione della Commissione UE con cui ha sottolineato che è in corso la revisione “in materia di fiscalità e contro le frodi fiscali” e promette che “nelle prossime settimane” sarà data comunicazione in merito. Troppo tardi e male gestita. Dopo circa 30 anni di questo regime di competizione diventa difficile incardinare tutto. La tanta reclamata web tax è complicata, per i motivi di competizione già detti.

L’Iva di Amazon

Ha ragione Davide Rossi, presidente di Aires, quando risponde alla domanda diretta posta da chi vi scrive in merito a quando sarà finalmente possibile superare questo anacronismo legislativo in vigore: “Bastano pochi semplici interventi. Come per esempio tracciare le vendite perfezionate in Italia e obbligare a pagare l’Iva da parte dei vendor, in caso di mancato espletamento del versamento l’obbligo ricade sulla piattaforma. È un esempio di azione che può essere eseguita senza troppe complessità, ma di sicura efficacia”. Aggiungiamo noi, se si vuole fare.

Perché oltre alla mancata raccolta dell’Iva, c’è il tema delle tasse sui ricavi. Che Amazon, per esempio, elude perché aggrega i fatturati nella sede in Lussemburgo. Come detto, la colpa è del corpus legislavito in vigore.

Sì, perché alla competizione tra Stati basata sui risparmi in tema di fiscalità si somma una regolamentazione per le piattaforme online vecchia, superata, vetusta. La legge in vigore non è al passo con la realtà effettiva dell’e-commerce, perché assimila gli operatori del commercio elettronico a provider della connettività, in quanto è stata scritta come panacea in tempi in cui l’online era tutto sommato popolato da service provider e il commercio elettronico era una mera applicazione di un servizio di connettività. In 20 anni le cose sono cambiate radicalmente eppure le leggi sono ancora quelle.

L’opportunismo dei consumatori

La realtà dei fatti corre troppo più velocemente rispetto alla capacità dei legislatori di realizzare una struttura legislativa locale ed europea capace di cogliere le distorsioni del mercato. E così si verificano i fatti di Amazon ma non solo. Inutile prendersela con l’azienda. Per quanto indigesto, è tutto legale. Il che non vuol dire che sia etico o giusto ma è “corretto” per come è impostata l’Europa oggi.

E, ribadiamo, non è solo il caso di Amazon. Il gigante partorito da Jeff Bezos è solo il capro espiatorio di una situazione che è giunta al suo limite strutturale e, di fronte al contesto contingente di difficoltà, diventa indigeribile. Però ricordiamoci anche che siamo noi consumatori per primi a contribuire a questo stato delle cose, evitando di conoscere o di voler guardare le cose come stanno per comodità, per opportunismo e per praticità di ciascuno di noi.

Le soluzioni ci sono, a iniziare dall’impegno di ciascuno di noi. Come? Magari evitando di cercare sempre il prezzaccio, analizzando bene come sono i nostri comportamenti d’acquisto e quanta importanza diamo al valore e all’etica dell’insegna. Entrate in un negozio fisico e capirete. Se invece continuiamo a guardare solo ai nostri piccoli e banali “interessi particolari”, beh non ci si può lamentare che anche le aziende facciano lo stesso. Solo in grande.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *