trasformazione & dintorni

Dop vs Igp: il caso Origin, la materia prima e il Made in

Il caso è scoppiato ieri: il Consorzio del prosciutto San Daniele e Isit, l’Istituto salumi italiani tutelati, abbandonano Origin Italia, l’associazione che riunisce i consorzi di Dop e Igp. Le ragioni? Principalmente due: le caratteristiche distintive del comparto della salumeria, con la massiccia presenza di produzioni Igp e non solo di Dop, a differenza del mondo dei formaggi, e alcune problematiche specifiche che affronta, fra cui prima di tutto i continui attacchi delle lobby animaliste e ambientaliste, ben appoggiati da molti media.

Siamo un popolo di trasformatori, o no?

La questione, pur se illustrata con una certa diplomazia, è ben chiara agli addetti ai lavori: nel mondo della salumeria sono molte le Igp, cioè le denominazioni che utilizzano materia prima non locale e, talvolta, estera. Una questione che, da sempre, pone salumi Igp e formaggi Dop contro, nel mondo delle Indicazioni geografiche: da una parte ci sono le Igp, che interpretano la peculiarità del madre in Italy come capacità di saper fare, di trasformare ottime materie prime in prodotti complessi, tecnicamente difficili, realizzati secondo la nostra tradizione; dall’altro le Dop, che fondano tutto sulla provenienza della materia prima e sulla difesa del reddito di chi la produce. Sostenuta dal mondo agricolo, ovviamente, oltre che dai tanti adepti della religione del ‘solo latte italiano’, questa posizione di fatto, pur senza mai dirlo chiaramente, relega le Igp a ruolo di comparse anche un po’ scomode. Igp è la bresaola che si fa con lo Zebù, citato sempre come animale un po’ misterioso, invece che con le vacche valtellinesi (restano sempre in attesa, in Valtellina, di capire dove si possano mettere tutti i capi necessari a soddisfare l’abbondante domanda, ad esempio). Ma, soprattutto, la vicenda Origin pone ancora una volta un quesito fondamentale: cosa è davvero il Made in Italy? Qual è il valore aggiunto dei nostri prodotti alimentari? Cosa ci rende tanto speciali da essere così amati e imitati? In cosa eccelle l’industria italiana? La risposta delle Dop la conosciamo e riduce tutto al luogo da cui proviene il latte. Ma è proprio il latte ciò che nessuno può davvero copiarci? E, infine: se le Ipg esistono, non è forse la consacrazione della supremazia del saper fare piuttosto che dell’origine?

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”

Accanto alla vicenda dell’origine della materia prima, che divide in maniera insanabile le Ig, c’è anche il tema della difesa dagli attacchi mediatici, diventati sempre più forti con l’affermarsi delle associazioni animaliste e ambientaliste. Le più estremiste additano gli allevamenti come l’origine della gran parte dei mali del mondo, Covid compreso. La risposta del mondo dei prodotti di origine animale in Italia, però, appare talvolta morbida, soprattutto dal settore caseario. Di certo, gli attacchi frontali più duri riguardano il mondo della carne e della salumeria, per ovvie ragioni, ma non solo. Eppure dal lattiero caseario non sembra esserci la voglia o la volontà di attirare su di sé i riflettori più di quanto non siano già accesi. Anche il mondo istituzionale ha scelto una linea di comunicazione soft, tesa a ribadire concetti positivi piuttosto che arrivare a scontri diretti. Ma c’è forse un momento in cui in battaglia tocca andarci davvero. Oppure ci si divide, nella miglior tradizione politica italiana, e ognuno prende la sua strada. C’è solo un problema: gli altri non lo fanno. Magari sono meno belli (e buoni) di noi, magari hanno meno storia e prodotti, meno virtù e più vizi, ma hanno un pregio: sanno stare uniti per un obiettivo comune.

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