Prezzo del latte: cosa è successo davvero al Tavolo ministeriale
Fiumi di articoli sono stati scritti, molte inesattezze si sono lette, un prezzo è stato indicato. Ma al di là degli annunci ufficiali e non, l’esito del recente tavolo al Ministero dell’Agricoltura (foto) segna soprattutto un cambio di metodo rispetto al passato nella definizione del prezzo del latte alla stalla in Italia. Fino ad oggi, la quotazione di riferimento veniva determinata sulla scorta delle decisioni di singoli grandi acquirenti, in particolare Italatte, primo compratore di latte italiano per il gruppo Lactalis. L’accordo sottoscritto da Italatte con i produttori finiva di fatto per diventare il benchmark di mercato e innescava una lunga coda di polemiche e tensioni tra allevatori e industria, oltre a tutti gli incontri e le tensioni che in genere precedevano l’intesa. Di recente, in un paio di casi, è stata Granarolo a indicare per prima un prezzo, seguita a ruota dal mercato. Tutto il resto, derivava da questo riferimento.
La novità di questi giorni è questo tavolo convocato fra le parti, riunendo al tavolo i rappresentanti delle principali componenti della filiera, sotto l’egida del Ministero, prima che un singolo operatore fissasse il riferimento di prezzo. Dal punto di vista formale, è importante ricordare che Assolatte non può negoziare prezzi per conto delle aziende associate, come più volte chiarito dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Per questo motivo, quanto emerso dal tavolo non configura un accordo in senso giuridico, né tantomeno un’intesa legalmente vincolante.
Ma nella sostanza, tuttavia, il confronto ha prodotto un gentleman agreement su un livello di prezzo che, pur non obbligatorio, diventerà con ogni probabilità il punto di riferimento per il mercato. Discostarsene, verso l’alto o verso il basso, richiederà una forte capacità negoziale da parte delle singole imprese o delle organizzazioni di produttori.
Il nuovo approccio consente di ridurre il rischio di conflitti frontali e offre al settore un quadro di maggiore prevedibilità, ma solleva anche interrogativi sul ruolo delle istituzioni e sulla natura sempre più “concertativa” della definizione dei prezzi in una filiera, quella italiana, che sempre più resta solo formalmente di mercato. Certo, non è un “prezzo di stato”. Ma la retorica sembra un po’ quella. E qui viene l’altra nota un po’ dolente: la comunicazione. Se per il mercato significa stabilità, la foto al ministero è anche il simbolo di una comunicazione che avrebbe forse bisogno di codici nuovi, inquadrature diverse e una narrazione più precisa sulle dinamiche reali del mercato del latte, che non viva di retorica, allarmi, stalle in ginocchio e latte da buttare.
