Grana Padano, Berni: “La crescita dei primi nove mesi è doppia rispetto all’incremento dei consumi”. E il Consorzio aumenta i retinati del 2%
Il Consorzio del Grana Padano preoccupato dalla produzione dei primi nove mesi dell’anno, complice la valorizzazione estiva, sul mercato, dello stagionato nove mesi e la scarsa domanda di latte ad agosto e settembre, che ha spinto ulteriori trasformazioni in Grana Padano. “In questi primi nove mesi del 2025 si e osservata una dinamica produttiva che non esiterei a definire esplosiva per intensità e rapidità. Richiama da vicino quella del 2005, anno in cui l’Antitrust aveva sospeso il Piano produttivo del Grana Padano in grado di regolare in modo efficace il rapporto tra domanda e offerta. Da gennaio a settembre 2025 la crescita produttiva è risultata doppia rispetto all’aumento dei consumi”, ha sottolineato il Direttore Generale del Consorzio del Grana Padano, Stefano Berni. Sul fronte commerciale, le vendite al dettaglio nel bimestre luglio-agosto 2025 sono aumentate del 5,4%, con un lieve rallentamento a settembre. L’export nei primi sei mesi è cresciuto del 2,8%.
Grana Padano: i tre fattori di mercato che hanno portato alla crescita
Sono tre i fattori che hanno trainato la crescita. Il primo è la scelta di posticipare le vendite di latte all’inizio dell’estate, “confidando – secondo Berni – in ulteriori rialzi di prezzo” con grandi volumi lavorati in tempi brevi”. Il secondo riguarda la valorizzazione straordinaria del Grana Padano, con lo stagionato di 9 mesi arrivato in estate a 11 euro al chilo. “Un prezzo che ha reso sostenibile anche la contribuzione differenziata, attenuandone l’effetto deterrente”. Il terzo fattore è la scarsa domanda di latte ad agosto e settembre, che ha spinto molti caseifici a trasformarlo in Grana Padano.
Listini in discesa
L’effetto combinato di queste condizioni ha portato a incrementi mensili: +7,61% a luglio, +18,62% ad agosto e +16,53% a settembre e sono stati raggiunti i volumi record del 2005. Era inevitabile una correzione del prezzo alla produzione: “Già dalla seconda metà di settembre i listini hanno cominciato a scendere e la tendenza dovrebbe proseguire fino a Natale”. Il prezzo dello stagionato 9 mesi, da oltre 11 euro al chilo in estate, è scivolato a 10,6 euro a Milano il 6 ottobre, perdendo 40 centesimi in tre settimane.
Gli interventi del Consorzio
Per contenere l’eccesso di produzione, il Cda del Consorzio, nelle riunioni dell’11 e del 25 settembre, ha deciso, come prima misura, un intervento di penalizzazione per le crescite più marcate. Come seconda misura è stata alzata l’asticella qualitativa, con più formaggio destinato alla retinatura con l’obiettivo di “sottrarre dal mercato circa il 2% dei volumi”.
Parallelamente, si studiano misure strutturali per il 2026, da sottoporre all’Assemblea del 18 dicembre prossimo. “Mi aspetto che il prossimo anno si produca sensibilmente meno rispetto al 2025 – aggiunge Berni – per ristabilire la stabilità dei listini e la redditività per tutti i produttori”. Il Direttore Generale ha precisato anche che “i responsabili della crescita non sono i grandi gruppi, ma i caseifici medio-piccoli”. In questo ambito nei primi nove mesi del 2025 la crescita media è stata dell’11% rispetto alle quote assegnate.
Per i prossimi mesi, il direttore generale prevede tre fasi: “il calo dei listini, una successiva stasi e, con la primavera 2026, il recupero dei prezzi. Come sempre, il prezzo del formaggio lo fanno le giacenze. Intervenire ora è l’unico modo per evitare che l’eccesso di produzione si traduca in debolezza futura dei listini”.
