L’analisi Bce: gli alimentari costa il 30% in più del 2021, ma i salari non hanno recuperato sul carrello
Nell’area euro i prezzi degli alimentari sono circa il 30% più alti rispetto alla fine del 2021. E se i salari reali hanno sostanzialmente recuperato la perdita subita rispetto all’inflazione generale, non è successo altrettanto quando il confronto viene fatto con il costo della spesa. Lo rileva la Banca centrale europea, che individua proprio negli acquisti più frequenti, tra cui latte e prodotti lattiero-caseari, una delle ragioni per cui l’inflazione alimentare continua a essere fortemente percepita dai consumatori. E dopo la frenata degli ultimi mesi, la Bce prevede nuove pressioni sui prezzi del cibo nel 2027.
L’inflazione degli alimentari, all’interno della Ue, è scesa. Eppure, la percezione del consumatore è che il cibo non sia tornato a costare come prima. E i numeri dell’ultima analisi pubblicata dalla Bce, la Banca centrale europea, lo confermano, provando a spiegare perché il prezzo della spesa continui a pesare sulla percezione dei consumatori anche in una fase in cui il ritmo degli aumenti si è fortemente ridimensionato.
A settembre 2026 l’inflazione alimentare nell’area euro era infatti all’1,3%, dopo aver toccato in agosto l’1,1%, il livello più basso dalla metà del 2021. Ma guardando al livello raggiunto dai prezzi, il quadro cambia: rispetto alla fine del 2021 il cibo costa mediamente circa il 30% in più.
Bce: i salari hanno recuperato, ma non sulla spesa alimentare
La Bce mette a confronto l’andamento delle retribuzioni con quello dei prezzi. Considerando l’inflazione complessiva, i salari reali sono tornati sostanzialmente ai livelli precedenti alla grande fiammata inflazionistica: dalla fine del 2021 gli aumenti salariali hanno infatti quasi compensato l’incremento generale dei prezzi.
Se però si misura quello stesso salario in termini di quantità di cibo che permette di acquistare, il recupero non è ancora completo. In altre parole, il potere d’acquisto complessivo si è ricostituito, ma quello relativo al carrello alimentare resta inferiore a quello di fine 2021.
È una differenza tutt’altro che marginale per la percezione dei consumatori. Il cibo si acquista quotidianamente e gli aumenti delle categorie ad alta frequenza di acquisto sono molto più visibili rispetto a quelli di beni comprati occasionalmente. Tra gli esempi indicati dalla Bce compaiono caffè, cioccolato e prodotti zuccherati, carne e latte e prodotti lattiero-caseari, compresi formaggi e yogurt.
Il dairy ha smesso di spingere l’inflazione
Per il lattiero-caseario c’è un’altra indicazione interessante. Nel corso del 2025 i prodotti dairy erano stati tra le categorie caratterizzate da forti rincari. Nel settembre 2026, invece, il loro contributo all’inflazione alimentare corrente era diventato quasi nullo.
Questo non significa però che i prezzi siano tornati indietro ma che hanno sostanzialmente smesso di crescere dopo essere saliti. Ed è proprio la differenza tra livello dei prezzi e tasso d’inflazione a spiegare una parte dello scarto fra i dati macroeconomici e la percezione di chi fa la spesa. Non sorprende quindi che l’accessibilità economica del cibo sia diventata anche una questione politica. Secondo l’Eurobarometro citato dalla Bce, il 55% degli europei considera prezzi alimentari ragionevoli una delle priorità su cui dovrebbe intervenire l’Unione europea.
Nel 2027 i prezzi degli alimentari potrebbero salire di nuovo
La fase di bassa inflazione alimentare potrebbe inoltre non durare. La Bce segnala nuove pressioni lungo la filiera, legate soprattutto all’aumento dei costi energetici e agli effetti degli eventi climatici estremi. L’energia entra nel costo del cibo direttamente e indirettamente: trasporti, fertilizzanti, packaging e trasformazione industriale trasmettono i rincari con tempi differenti.
Per il dairy esiste anche un secondo passaggio. L’aumento dei prezzi di cereali e altre commodity agricole può trasferirsi ai mangimi, arrivando successivamente ai costi di produzione del latte. Le proiezioni di settembre della Bce prevedono così che l’inflazione alimentare dell’area euro, dopo la forte frenata del 2026, possa risalire fino al 3,4% nel terzo trimestre del 2027, prima di tornare a diminuire. L’intensità prevista resta comunque molto inferiore a quella osservata dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il problema è il livello dei prezzi
Per il mercato alimentare il dato forse più interessante dell’analisi della Bce sta quindi altrove. Dopo anni dominati dal tasso d’inflazione, la questione diventa sempre più il livello permanente sul quale si sono assestati i prezzi.
Un’inflazione dell’1,3% significa che il cibo oggi aumenta lentamente. Non cancella però il circa 30% accumulato rispetto alla fine del 2021. E finché i redditi disponibili non recuperano quella distanza, per il consumatore il carrello continuerà a raccontare una storia diversa da quella suggerita dalle notizie sul rallentamento dell’inflazione.
