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Formaggi Usa: export sempre più decisivo per assorbire la produzione

A luglio gli Usa hanno spedito all’estero quasi 144 milioni di libbre di formaggi, oltre il 10% della produzione del mese, mentre il cheddar ha segnato un nuovo record. Dietro questa corsa c’è anche un mercato interno meno dinamico e una capacità produttiva cresciuta rapidamente negli ultimi anni. Il vantaggio di prezzo ha finora favorito le vendite oltreconfine, facendo degli Usa un concorrente sempre più presente sui mercati mondiali. Ora però il differenziale con Oceania ed Europa si sta restringendo.

Gli Stati Uniti producono sempre più formaggio e una quota crescente deve trovare sbocco oltreconfine. A luglio le esportazioni hanno raggiunto 65.256 tonnellate, circa 144 milioni di libbre, con un aumento del 25% rispetto allo stesso mese del 2025 e un nuovo record mensile. Significa che oltre il 10% del formaggio prodotto negli Usa nel mese è stato venduto all’estero.

Il fenomeno non nasce però negli ultimi mesi. Negli ultimi cinque anni l’industria statunitense ha aggiunto più di 500 mila tonnellate di capacità produttiva di formaggio. Le vendite sui mercati esteri sono aumentate del 18% nel 2024, di un altro 20% nel 2025 e del 24% nel primo semestre del 2026. Se il ritmo dovesse proseguire, secondo lo U.S. Dairy Export Council gli Stati Uniti potrebbero superare quest’anno le 700 mila tonnellate, mettendo a segno il terzo record annuale consecutivo.

Il cheddar trova all’estero lo sbocco che manca sul mercato interno

È soprattutto il cheddar a rendere evidente il nuovo equilibrio. Dopo il record di giugno, a luglio gli Stati Uniti ne hanno spedito 27,4 milioni di libbre, nuovo massimo mensile. Una domanda estera così sostenuta sta assorbendo volumi che sul mercato domestico incontrano consumi meno vivaci.

Secondo le analisi riportate dal Daily Dairy Report, a giugno la domanda commerciale di cheddar negli Stati Uniti è scesa al livello più basso per quel mese dal 2020, in una fase di consumi più deboli nella ristorazione e nel foodservice. Anche le scelte dei consumatori stanno cambiando, con maggiore attenzione verso categorie ad alto contenuto proteico, come il cottage cheese, e verso formaggi più specializzati.

Gli sbocchi internazionali stanno quindi assumendo una funzione sempre più importante nell’equilibrio del mercato americano, assorbendo i maggiori volumi prodotti e contribuendo a contenere la pressione sulle quotazioni interne.

Il prezzo ha aperto i mercati

A favorire questa crescita è stata soprattutto la competitività di prezzo. Per oltre un anno il formaggio statunitense è rimasto significativamente più economico rispetto alle alternative europee e neozelandesi. In primavera il cheddar americano veniva venduto a termine con uno sconto superiore a 50 centesimi di dollaro per libbra rispetto al prodotto neozelandese, una differenza sufficiente a spingere gli acquirenti a bloccare volumi per i mesi successivi.

La crescita ha interessato molti mercati. Nel primo semestre 2026 le vendite di formaggio statunitense verso il Messico sono aumentate del 32%, quelle verso la Corea del Sud del 36%, mentre il Sud-est asiatico ha segnato +55% e il Sud America +31%. L’aumento ha coinvolto tutte le principali categorie, dai formaggi naturali come cheddar e colby a mozzarella, cream cheese, grattugiati ed erborinati.

Ma il vantaggio competitivo si restringe

Questo equilibrio potrebbe però diventare più difficile da mantenere. I prezzi internazionali stanno cambiando e il vantaggio americano rispetto agli altri grandi esportatori si è ridotto. Ad agosto il cheddar europeo si attestava mediamente intorno a 1,75 dollari per libbra, mentre a inizio settembre quello neozelandese sul Global Dairy Trade era sceso a 1,59 dollari, il livello più basso degli ultimi sei anni.

Per i produttori statunitensi, mantenere questi volumi richiederà quindi prezzi interni sufficientemente competitivi. Per il mercato mondiale il segnale è comunque già evidente: gli Stati Uniti hanno aumentato capacità produttiva e presenza commerciale e il formaggio sta assumendo un peso crescente nella loro proiezione internazionale.

Per Europa e Oceania significa confrontarsi con un concorrente che dispone di quantità sempre maggiori da collocare e che negli ultimi due anni ha utilizzato con efficacia la leva del prezzo per conquistare nuovi sbocchi. La vera prova arriverà con il restringimento del differenziale: capire se gli Usa riusciranno a mantenere questi ritmi anche senza lo stesso vantaggio di prezzo dirà quanto strutturale sia diventato il loro nuovo ruolo nel mercato mondiale dei formaggi.