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Lactalis: la guerra Iran blocca le spedizioni, attesi rincari sui prodotti nel 2026

La guerra in Iran sta producendo effetti concreti sulla filiera lattiero-casearia globale. Lactalis segnala blocchi nelle spedizioni, ritardi nelle consegne e un aumento dei costi che sarà trasferito sui prezzi nel corso del 2026. Secondo il presidente Emmanuel Besnier (foto), il gruppo dovrà “trasferire questi costi ai clienti”, indicando nei rincari uno dei temi centrali per questo anno.

Stretto di Hormuz: nodo logistico sotto pressione

Il conflitto ha ridotto la transitabilità dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del commercio globale. Lactalis ha dovuto deviare diverse rotte marittime, con un aumento dei tempi di trasporto e dei costi logistici. Alcuni carichi di prodotti freschi – tra cui burro e panna – risultano bloccati in mare o nei porti, con il rischio concreto di perdita della merce per superamento delle scadenze.

Costi in aumento lungo tutta la filiera

Le difficoltà logistiche si traducono in un aumento generalizzato dei costi: cresce il trasporto marittimo, per effetto della domanda su rotte alternative, l’energia è più cara e ci sono aumenti anche su imballaggi e servizi collegati. La necessità di deviare le rotte e l’aumento dei costi di trasporto riducono l’efficienza della catena e possono incidere sulla competitività nei mercati lontani. L’azienda francese prevede aumenti di prezzo “di alcuni punti percentuali”, inferiori rispetto ai picchi registrati nel 2022-2023 durante la crisi energetica, ma comunque significativi in un contesto già instabile. Le tensioni si inseriscono in un quadro di mercato già orientato al rialzo. Secondo la FAO, i prezzi alimentari globali hanno raggiunto a marzo un massimo degli ultimi sei mesi, con ulteriori aumenti attesi.

Lactalis: ricavi per oltre 31 miliardi di euro, nel 2025

Nel 2025 Lactalis ha registrato ricavi per 31,2 miliardi di euro (+2,9%) e un utile netto di 528 milioni, pari all’1,7% delle vendite. La crescita è sostenuta anche da acquisizioni recenti, tra cui l’attività yogurt negli Stati Uniti (ex General Mills) e il business consumer globale di Fonterra, che rafforza la presenza in Asia e Oceania. L’espansione ha però portato il debito a 6,3 miliardi di euro, con effetti sulle strategie di investimento nei prossimi anni.