Tsunami di latte e prezzi fra 36 e 37 centesimi al litro fino a maggio 2026, secondo l’analista dairy Chris Walkland
Per i prossimi mesi gli allevatori europei potrebbero dover convivere con prezzi del latte alla stalla inchiodati su livelli ben al di sotto di quelli degli ultimi mesi. Secondo il dairy market analyst Chris Walkland, intervenuto in videocollegamento alla National Dairy Conference di Teagasc, in Irlanda, il prezzo base del latte potrebbe oscillare “fra 37 e 36 centesimi al litro” almeno fino a maggio, con la possibilità di toccare un minimo di 34 centesimi nel corso del primo semestre 2026.
Walkland, che si occupa abitualmente del mercato britannico e ha convertito in euro le sue elaborazioni relative al prezzo in UK, ha definito queste stime la miglior previsione sulla base dei dati disponibili: “Se prendo tutti i prezzi a termine disponibili, li metto in un grande “feeder wagon” del latte e faccio girare la manovella, quello che esce è una fascia 37–36 c/l”. L’analista non vede segnali di miglioramento prima del terzo trimestre 2026.
Il problema, sottolinea Walkland, è che i costi di produzione medi 2025 sono nell’ordine di 37–42 centesimi e, con prezzi base stabili o in calo sotto questa soglia, “gli allevatori sentiranno la stretta già dalla prossima primavera”.
Global Dairy Trade: sei aste negative e il peggior calo dal 2018
Alla base della correzione c’è, nelle parole dell’analista, un vero e proprio “tsunami di latte” a livello globale. Walkland ricorda che le ultime sei aste Global Dairy Trade sono state tutte negative e che si tratta “del peggior crollo dal 2018”.
Tra i fattori citati:
- sovrapproduzione mondiale, con latte in eccesso che ha iniziato ad accumularsi in estate;
- vendite anticipate di prodotto per timore di nuovi dazi, con offload “di fine anno” da parte di cooperative e trasformatori che vogliono alleggerire magazzini e “mettere a posto i conti”;
- un mercato che si è accorto in ritardo dell’eccesso di offerta: mentre il latte si accumulava, “i trader erano in vacanza” e quando hanno riaperto i terminali “hanno tirato il freno” sugli acquisti, innescando lo scivolone dei prezzi, in particolare del burro, che avrebbe perso oltre il 39% rispetto all’inizio dell’estate.
Secondo Walkland, ciò che potrebbe contribuire a riequilibrare il mercato è la reazione degli Stati Uniti: con i prezzi in discesa, il Paese ridurrà velocemente il numero di vacche e di conseguenza la produzione, togliendo parte del surplus dal mercato mondiale.
Coop sotto accusa: “nessuno ha avvisato i produttori”
Nel suo intervento l’analista ha riservato critiche dirette anche alle cooperative e ai buyer di latte. Walkland si è chiesto perché gli allevatori non siano stati avvisati per tempo del crollo imminente: a suo giudizio, già in agosto era evidente che si sarebbe andati verso riduzioni di 10 c/l e non di soli 3 c/l.
La dinamica non riguarda solo Irlanda e Regno Unito: prezzi latte in forte flessione vengono segnalati anche in Paesi Bassi, Danimarca e altri paesi esportatori, mentre persino la neozelandese Fonterra ha ristretto la forchetta del milk price, segnalando un contesto debole a livello globale. Solo Germania e Francia, osserva Walkland, non avrebbero ancora aggiornato al ribasso i listini, ma l’analista si aspetta correzioni anche su queste piazze.
Il messaggio di fondo è chiaro: salvo shock di offerta, il 2026 potrebbe aprirsi come un anno di prezzi bassi e margini compressi, in cui la capacità di resistenza delle aziende dipenderà dalla loro struttura dei costi, dal grado di integrazione nelle filiere e dall’efficienza produttiva per gestire la volatilità del mercato.
