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La shrinkflation fa arrabbiare il consumatore: il caso Fage

Quasi tutti ormai la chiamano shrinkflation, termine anglosassone che deriva dal verbo “shrink” (restringere) e da “inflation” (inflazione), anche se una parola italiana c’è, seppur bruttina, ed è sgrammatura. La sostanza comunque è la stessa: stessa confezione e stesso prezzo ma contenuto inferiore. Una faccenda ben diversa ovviamente dal cambio di formato, evidenziato sulle confezioni e con battuta di casa inferiore (che in genere si fa proprio per questo). Burro e formaggi, con il tempo, hanno radicalmente cambiato i loro formati per venire incontro alle esigenze dei consumatori, alle mutate abitudini, alla necessità di ridurre gli sprechi.

Soprattutto quest’anno, il fenomeno della sgrammatura occulta sembra dilagare. E si aggiunge all’inflazione reale. La shrinkflation, infatti, è una forma di inflazione nascosta. Le aziende sanno bene che il consumatore, soprattutto in tempo di crisi, nota immediatamente gli aumenti di prezzo e quindi optano per ridurre le dimensioni, nella speranza che non se ne accorga. Così però non è accaduto. Il fenomeno, nel 2022, ha assunto proporzioni tali da spingere le associazioni dei consumatori a denunciare, all’Antitrust e a 104 procure in Italia, la presenza di una “inflazione occulta” a danno delle famiglie e chiedendo di verificare se questa prassi possa rappresentare una pratica commerciale scorretta. Ma, a dispetto di quanto pensino i produttori, non sono solo le associazioni dei consumatori ad accorgersi del cambiamento. E quando è il cliente che se ne accorge, facilmente lo abbiamo già perso.

La shrinkflation e il caso dei vasetti di yogurt Fage

Sono circa 15 anni che ogni mattina consumo un vasetto di Fage 2%. Ho cominciato in occasione di particolare regime dietetico, perché Fage era l’unico prodotto di questo genere facilmente reperibile al supermercato con la giusta quantità di proteine. Negli anni, l’assortimento di yogurt greco nei supermercati si è notevolmente ampliato, con prodotti a latte vaccino e caprino, spesso di ottima qualità. Curiosa delle novità li ho provati tutti, e spesso acquistati da mangiare come spuntino, ma per la colazione sono sempre rimasta fedele a Fage. Perché? presto detto: il formato. Era, fino a qualche mese fa, l’unico vasetto da 170 grammi, dose tanto perfetta per le mie esigenze da avermi spinto a non cambiare mai, nonostante alcuni degli altri prodotti oggi disponibili siano davvero eccellenti. Negli ultimi mesi, per via della mancanza del vasetto 2% nel banco frigo del mio supermercato, ho acquistato quello che credevo essere il formato da 500 grammi. Pochi giorni fa, ritrovo e acquisto il famoso vasetto da 170 grammi. Mentre sto per buttare la confezione finita, mi casca l’occhio sulla scritta 150 grammi. Penso ad un errore o forse a un nuovo formato e guardo su internet. Una veloce ricerca e mi imbatto in una dichiarazione di qualche mese fa di Giorgio Santambrogio, ad di Végé, nella quale fa nomi e cognomi di quanti stiano chiedendo alla Gdo gli aumenti ma, contemporaneamente, sgrammando silenziosamente le confezioni. Tra questi nomi c’è Fage. Così scopro che le due confezioni, in vendita al prezzo di sempre, sono oggi da 150 e 450 grammi invece di 170 e 500. I due vasetti di Fage che ho ancora nel frigo saranno gli ultimi acquistati: il formato è lo stesso di tutti gli altri e non c’è più ragione di restare fedele a questo brand. Ma non solo: la sensazione da consumatore è quella di una fiducia tradita che rafforza, ovviamente, la decisione. Oggi, l’attenzione è altissima. Basta farsi un giro sulle pagine social dei clienti dei supermercati, ad esempio, per imbattersi in decine di post che denunciano la mancanza di una fetta di prosciutto dalla confezione o la non corrispondenza fra peso dichiarato e reale (spesso poi si tratta solo di calo peso, in realtà). Non si può più prescindere dall’assoluta trasparenza. Il consumatore ha cambiato passo, anche l’industria deve farlo.

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