La Commissione Ue autorizza una nuova varietà di mais Ogm. Ma continua a tenerlo fuori dai campi
La Commissione aeuropea ha autorizzato una nuova varietà di mais geneticamente modificato e rinnovato due autorizzazioni per soia e mais. Via libera per alimenti e mangimi, non per la coltivazione
La Commissione europea ha autorizzato l’importazione di una nuova varietà di mais geneticamente modificato e ha rinnovato l’autorizzazione per altre due colture OGM, una soia e un mais, per l’uso in alimenti e mangimi. Le decisioni arrivano dopo la valutazione scientifica dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha concluso che queste varietà sono sicure quanto le controparti convenzionali.
Le autorizzazioni hanno una durata di dieci anni. Il punto politico, però, è un altro: le decisioni consentono l’importazione e l’uso di queste varietà in alimenti e mangimi, ma non la coltivazione nell’Unione europea. È la solita linea europea sugli OGM: possono entrare nelle filiere, possono essere utilizzati per nutrire gli animali, possono sostenere indirettamente carne, latte, uova e trasformati che arrivano sul mercato, ma non possono diventare una scelta produttiva pienamente disponibile per gli agricoltori europei.
La contraddizione dei mangimi
La questione è particolarmente rilevante per la zootecnia. L’Europa importa da anni materie prime proteiche e mangimi ottenuti anche da colture geneticamente modificate. Soia e mais OGM sono parte delle catene globali di approvvigionamento e contribuiscono all’alimentazione animale. Questo significa che una parte significativa della produzione zootecnica europea dipende già, direttamente o indirettamente, da materie prime che l’Unione autorizza all’importazione ma non coltiva.
La contraddizione è evidente. Se una coltura è considerata sicura da EFSA per alimenti e mangimi, se può essere importata, tracciata, etichettata e utilizzata nelle filiere, perché l’agricoltura europea deve restare esclusa dalla possibilità di coltivarla? Il risultato è un modello in cui l’Europa non elimina gli OGM: li sposta fuori dai propri confini.
Non è una scelta neutra. Significa dipendere da Paesi terzi per una parte delle materie prime agricole, rinunciare a sviluppare competenze produttive interne, limitare la ricerca applicata e lasciare che l’innovazione agronomica si consolidi altrove. In nome di una prudenza spesso presentata come tutela del consumatore, si finisce per costruire una dipendenza strutturale da prodotti che vengono comunque ammessi nel sistema alimentare europeo.
Sicurezza alimentare o rimozione politica?
La Commissione ricorda che le varietà autorizzate sono state sottoposte a una procedura di valutazione completa e rigorosa, finalizzata a garantire un elevato livello di protezione della salute umana e animale e dell’ambiente. Eppure, sul piano politico, l’Europa continua a separare l’uso dalla produzione. L’OGM è accettabile se arriva come commodity importata. Diventa invece inaccettabile se entra nel campo europeo come scelta agricola. È una distinzione che ha sempre meno a che fare con la sicurezza e sempre più con la gestione politica del consenso.
Il problema non è imporre gli OGM agli agricoltori. Nessuna innovazione dovrebbe essere obbligatoria. Il problema è impedire agli agricoltori europei di accedere a strumenti che altri sistemi produttivi utilizzano, mentre le filiere europee continuano a comprare prodotti derivati da quegli stessi strumenti. È una posizione che indebolisce la sovranità agricola più di quanto la protegga.
Il nodo della coerenza
La vicenda riguarda anche il rapporto tra comunicazione pubblica e realtà delle filiere. In molti dibattiti nazionali gli OGM vengono ancora raccontati come qualcosa di esterno, estraneo, quasi assente dal sistema alimentare europeo. Ma nei mangimi ci sono. Entrano nei porti, nei silos, nei consorzi agrari, nelle razioni zootecniche e quindi nelle economie produttive degli allevamenti.
Questa realtà convive con una narrazione politica che continua a rappresentare l’Europa come uno spazio sostanzialmente “senza OGM”. Non è così. L’Europa è un continente che importa OGM, li autorizza, li utilizza e ne dipende in alcune filiere, ma evita di assumersi fino in fondo la responsabilità di produrli, studiarli, migliorarli e governarli in casa propria.
Le TEA aprono uno spiraglio, ma non risolvono il nodo
Nel frattempo l’Unione europea ha compiuto un passo avanti sulle nuove tecniche genomiche, le cosiddette TEA o NGT. Il percorso normativo ha riconosciuto la necessità di distinguere alcune tecniche di evoluzione assistita dagli OGM transgenici tradizionali, aprendo uno spazio più favorevole all’innovazione genetica in agricoltura.
È un segnale importante, perché l’agricoltura europea ha bisogno di strumenti per affrontare cambiamento climatico, stress idrico, fitopatie, riduzione degli input e competitività internazionale. Ma il passo sulle TEA non cancella la contraddizione di fondo sugli OGM autorizzati per l’importazione e non per la coltivazione.
Anzi, la rende ancora più evidente. Se l’Europa riconosce che l’innovazione genetica può essere una leva per rendere i sistemi agricoli più competitivi e più preparati alle sfide produttive, deve anche interrogarsi sulla coerenza delle proprie politiche. Non si può chiedere all’agricoltura di produrre di più, con meno input, meno acqua, meno fitofarmaci e più vincoli ambientali, e al tempo stesso negarle strumenti che altrove sono parte ordinaria della competizione agricola.
