Bufala e innovazione, il divario Nord-Sud frena la filiera: robot in stalla nel 29% delle aziende del Nord, solo 8% al Sud
Il World Buffalo Congress si è chiuso a Sorrento mettendo a fuoco uno dei problemi che condizionano il futuro della filiera bufalina: l’accesso diseguale all’innovazione. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano presentata nella giornata dedicata alla Mozzarella di Bufala Campana Dop, nel 2025 le soluzioni di Agricoltura 4.0 erano adottate da circa il 50% delle aziende del Nord contro il 33% di quelle del Sud e delle Isole. Il divario sale sui robot autonomi o semi-autonomi utilizzati in stalla: 29% contro 8%. A pesare sono dimensioni aziendali, capitali, competenze, accesso agli incentivi e burocrazia.
Meno burocrazia e un accesso all’innovazione che non dipenda dal luogo nel quale si trova l’impresa. È una delle indicazioni emerse dalla giornata conclusiva del World Buffalo Congress di Sorrento, dedicata alla dimensione economica della Mozzarella di Bufala Campana Dop. l punto di partenza è una ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano sul comparto zootecnico italiano e sulle specificità del Mezzogiorno. Il tema interessa direttamente la bufala: il 63% delle aziende italiane con allevamenti bufalini si trova nel Sud e nelle Isole.
Agricoltura 4.0: 50% al Nord, 33% al Sud
La distanza emerge innanzitutto nell’adozione delle tecnologie digitali. Nel 2025 circa il 50% delle aziende agricole settentrionali utilizzava almeno una soluzione di Agricoltura 4.0. Nel Mezzogiorno e nelle Isole la percentuale si fermava al 33%. Il divario diventa ancora più marcato osservando tecnologie direttamente legate alla gestione degli allevamenti. Robot autonomi o semi-autonomi impiegati nelle attività di stalla sono presenti nel 29% delle aziende del Nord, contro appena l’8% di quelle meridionali. La differenza è collegata a diversi fattori: dimensione delle imprese, disponibilità di capitale, competenze interne e capacità di sostenere l’investimento iniziale. Le aziende del Nord risultano inoltre più propense ad autofinanziare l’innovazione, mentre quelle del Sud dipendono maggiormente dagli strumenti di sostegno pubblico.
Senza incentivi molti investimenti non partirebbero
Il peso degli incentivi è rilevante in tutto il settore agricolo. Secondo i dati presentati, l’80% delle aziende che ha investito in una soluzione digitale lo ha fatto anche grazie alla disponibilità di un incentivo. Solo il 21% dichiara che avrebbe effettuato comunque lo stesso investimento. Nel periodo di programmazione 2023-2027 emerge inoltre una differenza nelle risorse destinate ad AKIS, il sistema della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura: la loro incidenza raggiunge il 4,4% nel Nord e si ferma al 2,7% nelle regioni meridionali.
Fino a 2.000 registrazioni amministrative all’anno
Alla barriera economica e tecnologica si aggiunge quella burocratica. La ricerca cita una stima Confagricoltura secondo cui un’azienda zootecnica media può arrivare a gestire 20 registri obbligatori e oltre 2.000 registrazioni ogni anno. Il problema non riguarda soltanto il numero degli adempimenti, ma la frammentazione dei sistemi attraverso i quali devono essere effettuati, con il rischio di duplicazioni, errori e sanzioni.
“Non possiamo chiedere alle aziende di investire in innovazione e, allo stesso tempo, lasciarle alle prese con una burocrazia che moltiplica gli adempimenti e con un accesso alle risorse che non è uguale per tutti”, sottolinea Domenico Raimondo (foto), presidente del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana Dop.
L’AI entra anche nelle stalle
Tra le tecnologie analizzate c’è anche l’intelligenza artificiale. Delle oltre 130 progettualità agrifood censite dall’Osservatorio Smart AgriFood, il 62% riguarda applicazioni nel settore primario. In zootecnia gli utilizzi vanno dal monitoraggio di salute e benessere animale alla gestione della mandria, dalla qualità del latte al controllo delle infrastrutture fino al miglioramento genetico. Per la filiera bufalina il tema diventa quindi molto concreto: la trasformazione digitale procede, ma rischia di accentuare anziché ridurre le differenze territoriali se una parte delle aziende non dispone delle condizioni per adottarla.
