Energia, tornano a salire i costi per la filiera: elettricità quasi raddoppiata in un anno
Le tensioni sui mercati dell’energia stanno tornando a comprimere i margini delle imprese. A settembre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia ha raggiunto 207,54 euro/MWh, quasi il doppio rispetto a un anno prima, mentre il gas è salito intorno agli 79 euro/MWh e le quotazioni europee restano sostenute da stoccaggi inferiori alla media e dalla maggiore dipendenza dal GNL. Il Brent, dopo avere superato ripetutamente i 100 dollari, è tornato sotto quella soglia ma i carburanti restano sotto pressione per le difficoltà della raffinazione.
Dopo una prima parte dell’anno relativamente stabile, l’energia torna ad essere una voce critica nei conti delle imprese agroalimentari. L’aumento della domanda estiva, il rincaro del gas, le tensioni sulle rotte energetiche del Medio Oriente e i problemi della raffinazione hanno spinto nuovamente verso l’alto elettricità e carburanti, proprio mentre l’Europa si avvicina all’inverno con livelli di stoccaggio del gas inferiori alla norma.
Per il lattiero-caseario è una combinazione particolarmente delicata. La trasformazione richiede energia elettrica e termica in tutte le principali fasi produttive: refrigerazione del latte, pastorizzazione e trattamenti termici, concentrazione ed essiccazione, produzione di vapore, celle frigorifere e stagionatura. A questi costi diretti si aggiungono trasporti, packaging e, a monte, gli effetti sui costi agricoli.
Elettricità: settembre sopra 200 euro/MWh
Il dato italiano è particolarmente netto. A settembre il PUN Index GME, riferimento del mercato elettrico all’ingrosso, ha raggiunto una media di 207,54 euro/MWh, contro 109,08 euro nello stesso mese del 2025: circa il 90% in più in un anno. È inoltre il quarto aumento mensile consecutivo: dai 119,35 euro/MWh di maggio si è passati a 132,50 a giugno, 157,04 a luglio, 180 ad agosto e oltre 207 a settembre.
Il legame con il gas resta determinante. In Italia le centrali termoelettriche alimentate a metano continuano infatti a incidere in modo significativo sulla formazione del prezzo marginale dell’elettricità, trasferendo rapidamente sul mercato elettrico gli shock del gas.
Un segnale della forza del movimento arriva anche dall’ultimo aggiornamento ARERA: per il quarto trimestre la bolletta elettrica del cliente vulnerabile in Maggior Tutela aumenta del 37,3% rispetto al trimestre precedente, proprio per effetto dell’aumento dei costi di approvvigionamento. Il dato riguarda naturalmente il mercato domestico tutelato e non rappresenta direttamente il prezzo pagato dalle imprese, ma fotografa la stessa pressione proveniente dal mercato all’ingrosso.
Gas: stoccaggi più bassi e maggiore dipendenza dal GNL
La situazione del gas europeo è altrettanto delicata. A settembre ARERA ha rilevato per il mercato italiano un prezzo della materia prima di 78,80 euro/MWh, con una crescita del 12,7% rispetto ad agosto per i clienti vulnerabili.
Sul mercato europeo, il TTF si muove all’inizio di ottobre nell’area dei 70-76 euro/MWh, più del doppio rispetto ai livelli di inizio anno. Il problema non è soltanto il prezzo corrente, ma la posizione con cui l’Europa entra nella stagione fredda. A metà settembre gli stoccaggi europei erano pieni per circa il 69%, contro una media stagionale quinquennale dell’85%. All’inizio di ottobre il livello è risalito intorno al 73%, ma resta sensibilmente inferiore sia all’anno precedente sia alla media storica.
Rispetto agli anni precedenti, inoltre, l’Europa dipende sempre più dal GNL trasportato via nave, e questo significa competere direttamente con l’Asia per attirare gli stessi carichi. A settembre l’Europa ha assorbito il 54% delle esportazioni statunitensi di GNL, pari a 5,91 milioni di tonnellate, superando l’Asia sul prezzo e attirando verso i terminal europei una parte maggiore delle forniture disponibili.
La buona notizia è che i flussi dalla Norvegia restano elevati e l’operatore Gassco ha dichiarato di essere pronto a sostenere una forte domanda invernale. La Norvegia copre ormai circa il 30% della domanda di gas di UE e Regno Unito. Il margine di sicurezza, tuttavia, resta più stretto del normale.
Hormuz: i flussi ripartono, ma la logistica costa
Il Medio Oriente continua ad aggiungere volatilità al quadro. A settembre i transiti di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz hanno raggiunto il livello più alto dall’inizio del conflitto, segnale che una parte dei flussi è stata ripristinata. Ma il trasporto continua a essere più costoso e rischioso, con costi di nolo e assicurazione molto superiori alla normalità.
La stessa dinamica interessa il petrolio. Dopo avere superato ripetutamente i 100 dollari al barile, il Brent è sceso il 6 ottobre intorno a 98-99 dollari, sostenuto dal recupero delle esportazioni dal Golfo e dall’annuncio del rilascio di 100 milioni di barili di greggio e diesel dalle riserve dei Paesi G7. La discesa del greggio non significa però che la pressione sui carburanti sia terminata.
Il problema si sposta dal greggio alla raffinazione
Uno degli elementi più critici riguarda infatti i prodotti raffinati, in particolare il gasolio. Le infrastrutture di raffinazione russe sono state colpite ripetutamente dagli attacchi ucraini, mentre anche la capacità produttiva del Medio Oriente rimane condizionata dal conflitto. Il risultato è che il problema del mercato energetico si sta spostando in parte dalla disponibilità del greggio alla possibilità di trasformarlo e far arrivare i prodotti dove servono.
Il CEO di Vitol, Russell Hardy, ha sottolineato che la disponibilità di greggio dal Medio Oriente sta migliorando, ma che il mercato dei prodotti raffinati potrebbe restare teso durante l’inverno. Per le filiere agroalimentari questo significa una pressione diretta sui costi della raccolta del latte, distribuzione, trasporto refrigerato e logistica. E il diesel è particolarmente sensibile perché il costo del carburante incorpora contemporaneamente il prezzo del greggio, la capacità disponibile delle raffinerie e i costi di trasporto internazionale.
Negli Usa cresce anche il ruolo dell’etanolo
Il rialzo dei carburanti sta avendo conseguenze anche sui mercati agricoli statunitensi. Washington ha spinto quest’anno per ampliare l’utilizzo della benzina E15, contenente il 15% di etanolo, anche come strumento per contenere il costo della benzina. Durante la primavera e l’estate l’EPA ha emanato diverse deroghe temporanee per consentirne una diffusione più ampia e la Casa Bianca ha chiesto al Congresso di autorizzarne stabilmente la vendita durante tutto l’anno.
A settembre anche la California, ultimo grande mercato statunitense nel quale E15 non era ancora ammesso, ne ha autorizzato la vendita. Per il dairy la questione è interessante perché l’etanolo americano viene prodotto prevalentemente da mais, che è anche uno dei principali ingredienti dell’alimentazione zootecnica.
A luglio gli impianti statunitensi di bioetanolo hanno utilizzato circa 475 milioni di bushel di mais, mentre USDA continua a prevedere per la campagna 2026/27 un utilizzo molto elevato del cereale per la produzione di carburante.
Non significa automaticamente che il prezzo del mais debba salire: le scorte statunitensi restano ampie e a fine settembre risultavano addirittura superiori del 35% rispetto a un anno prima. Ma un aumento strutturale della quota destinata ai biocarburanti rappresenta comunque una fonte aggiuntiva di domanda con cui il settore mangimistico deve confrontarsi.
