Gorgonzola Dop, trent’anni di tutela e una nuova sfida: restare identitario parlando pop
Il Gorgonzola Dop celebra i 30 anni dal riconoscimento europeo della Denominazione di Origine Protetta con numeri che confermano la forza industriale e commerciale di uno dei formaggi italiani più riconoscibili nel mondo. Nel 2025 le 37 aziende del Consorzio per la Tutela del Formaggio Gorgonzola hanno superato quota 5,4 milioni di forme prodotte, con il 39% dei volumi destinato all’export in oltre 80 Paesi. Il primo trimestre 2026 conferma la crescita, con 1.404.901 forme prodotte e un incremento del 3,77%.
I dati sono stati presentati a Milano, durante la 56ª Assemblea annuale dei soci del Consorzio, in un evento che ha scelto di raccontare il Gorgonzola come prodotto antico, tutelato e insieme capace di intercettare nuovi codici comunicativi. Non solo Dop, dunque, ma anche prodotto “pop”: una definizione che non banalizza il valore della denominazione, ma mette in evidenza una sfida sempre più centrale per i grandi formaggi certificati. Difendere origine, nome e disciplinare non basta più. Serve anche saper parlare a consumatori diversi, in mercati diversi, con linguaggi diversi.
Gorgonzola Dop come valore economico, culturale e territoriale
Nel suo intervento, Mauro Rosati, direttore di Fondazione Qualivita e Origin Italia e autore del volume “La filosofia della Dop Economy”, ha collocato il Gorgonzola dentro il più ampio sistema delle indicazioni geografiche italiane. Un modello che, a suo giudizio, rappresenta uno dei risultati più solidi delle politiche europee degli ultimi decenni: un sistema capace di generare valore economico, ma anche reputazione, identità e attrattività internazionale per i territori.
Il punto è particolarmente rilevante per il lattiero-caseario italiano. Secondo il Rapporto Ismea-Qualivita, il Gorgonzola è il quinto prodotto certificato per importanza nell’agroalimentare nazionale, mentre il comparto dei formaggi certificati italiani vale 5.859 milioni di euro. In questo quadro, il Gorgonzola sfiora il mezzo miliardo di euro di valore, con una crescita del 7,1% rispetto al 2023.
Il presidente del Consorzio, Antonio Auricchio, ha richiamato il ruolo della tutela come strumento competitivo. Nel 2024 il Consorzio ha effettuato 154 visite ispettive e 105 servizi di sorveglianza internazionale in 96 Paesi, monitorando anche tentativi di deposito di marchi ingannevoli basati su richiami alla denominazione, come prefissi “Gorgo” o suffissi “Zola”. È un’attività meno visibile della promozione, ma decisiva per proteggere il valore accumulato dalle imprese e dalla filiera.
Un formaggio non omologato
La parte più interessante dell’assemblea è stata però il confronto sul racconto del prodotto. Il Gorgonzola Dop non è un formaggio neutro: ha venature, intensità aromatica, cremosità, una personalità riconoscibile. Proprio per questo non può essere trattato come un prodotto omologato. Il giornalista Federico Quaranta lo ha definito un formaggio che “devi attraversare prima di comprenderlo”, legandolo alla storia della pianura, alla trasformazione del latte, al lavoro dei casari e a un patrimonio di conoscenze che nel tempo è diventato identità territoriale.
Da qui nasce anche il tema del mito. Il Gorgonzola non ha una sola origine certa, ma molte leggende: dal casaro innamorato alla tradizione delle grotte, fino al racconto della muffa come elemento distintivo. Per un prodotto Dop, questa dimensione narrativa non è folklore accessorio. È parte della costruzione del valore. In un mercato internazionale affollato di imitazioni e prodotti similari, la differenza non si gioca solo sul gusto, ma sulla capacità di legare quel gusto a una storia credibile, tutelata e riconoscibile.
Dal mito ai social: la comunicazione come leva di mercato
L’antropologa del cibo Ilaria Vitale ha portato il tema su un terreno molto concreto: la mancanza di esposizione. Chi non è cresciuto con il Gorgonzola, all’estero ma anche tra i bambini italiani, può avere una prima resistenza verso un formaggio erborinato. Per superarla serve racconto, ma anche semplicità. Come nell’immagine del “formaggio con i tatuaggi”, usata per spiegare a un bambino le venature del Gorgonzola senza partire dal tema delle muffe.
È un passaggio interessante anche in chiave trade. La crescita internazionale di un prodotto non dipende solo dalla disponibilità del prodotto sugli scaffali, ma dalla capacità di renderlo comprensibile e desiderabile a consumatori che non condividono lo stesso retroterra gastronomico. Negli Stati Uniti il Gorgonzola può diventare dip per le chicken wings, in Brasile può incontrare frutta e dolcezza, in Giappone può entrare in abbinamenti più laterali. Il punto non è snaturare il prodotto, ma permettergli di adattarsi a nuovi contesti mantenendo identità e riconoscibilità.
Su questo si innesta anche il lavoro dei nuovi linguaggi digitali. Lo chef Federico Fusca ha raccontato il Gorgonzola come prodotto ad alta resa visiva: la cremosità, il taglio ravvicinato, la pasta che fonde, l’abbinamento immediato con primi piatti, carne, vegetali o preparazioni più inattese. Nei social, il primo aggancio è la curiosità; poi arrivano conoscenza, consumo e, nei casi migliori, fedeltà al prodotto.
