Usa–Argentina: accordo commerciale con scudo su 39 “nomi comuni” di formaggi. Tra questi anche parmesan, gorgonzola e asiago
Stati Uniti e Argentina hanno siglato un nuovo accordo commerciale bilaterale che coinvolge anche il settore lattiero-caseario e riporta al centro un dossier controverso del commercio agroalimentare internazionale, quello sulla protezione delle denominazioni nei mercati extra Ue. L’intesa, annunciata nei giorni scorsi, si colloca su una linea chiaramente alternativa rispetto all’approccio europeo con la sua una “lista di nomi comuni”. Il peso è prima di tutto politico e negoziale: questo accordo crea un precedente in un’area in cui l’Unione europea è storicamente molto attiva sul fronte delle indicazioni geografiche.
Oltre alla clausola sui nomi, l’accordo include anche impegni che incidono sull’accesso al mercato argentino per i prodotti lattiero-caseari statunitensi. Le organizzazioni dell’export USA hanno sottolineato la presenza di riduzioni o eliminazioni tariffarie su alcune categorie, l’introduzione di quote dedicate per specifici formaggi e misure di semplificazione regolatoria, comprese quelle legate ai requisiti di registrazione per l’export.
Argentina: la clausola sui “nomi comuni”
Nel testo dell’accordo è previsto che l’Argentina si impegni a non restringere l’accesso al proprio mercato ai prodotti statunitensi per l’utilizzo di una lista di termini che vengono considerati generici. L’elenco, inserito in allegato all’intesa, comprende anche 39 nomi di formaggi, tra cui anche Dop, come “parmesan”, “mozzarella”, “gorgonzola”, “fontina”, “feta”, “asiago”, “brie”, “camembert”, “grana”, “pecorino”, “provolone”, “ricotta” e “romano”.
La formulazione adottata stabilisce che l’uso di questi termini non possa, di per sé, costituire un motivo per limitare o condizionare l’accesso dei prodotti statunitensi al mercato argentino. In altre parole, l’accordo mira a evitare che tali denominazioni vengano utilizzate come leva regolatoria per ostacolare gli scambi tra i due Paesi.
Un’impostazione opposta a quella dell’Unione europea
La presenza di una lista esplicita di “nomi comuni” va nella direzione tradizionalmente sostenuta dagli Stati Uniti, in particolare con il Consortium for Common Food Names, in netta discontinuità con l’approccio dell’Unione europea, che nei negoziati commerciali con Paesi terzi punta al riconoscimento e alla protezione delle indicazioni geografiche.
Il fatto che nell’elenco figurino termini che, per l’UE, rimandano a denominazioni tutelate – come “gorgonzola”, “asiago” o “feta” – evidenzia la distanza tra i due modelli. L’accordo non entra nel merito dell’origine o della qualità dei prodotti, ma fissa un principio commerciale: nel perimetro USA–Argentina, quei nomi restano utilizzabili come denominazioni di uso comune.
