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Marchi sanitari UE, il cambio da “EC” a “EU” preoccupa l’export lattiero-caseario

Una modifica amministrativa ai marchi sanitari e di identificazione dei prodotti di origine animale rischia di creare problemi operativi alle esportazioni europee, inclusi i prodotti lattiero-caseari. Il Regolamento delegato UE 2024/114 introduce infatti il passaggio dall’abbreviazione “EC” a “EU” sui marchi applicati ai prodotti di origine animale, adeguando la dicitura al superamento della Comunità europea e all’attuale Unione europea.

La misura non ha implicazioni sulla sicurezza alimentare. Il punto critico riguarda però l’accesso ai mercati dei Paesi terzi, dove le autorità competenti spesso richiedono una perfetta corrispondenza tra marchi sanitari, certificati di esportazione e liste degli stabilimenti autorizzati. Se queste informazioni non risultano allineate, le spedizioni possono subire ritardi, contestazioni o respingimenti.

Per questo Eucolait, insieme a European Dairy Association, European Livestock and Meat Trades Union e AVEC, l’organizzazione europea del settore avicolo, ha inviato una lettera congiunta alla Direzione generale Commercio della Commissione europea. Le associazioni chiedono un’attuazione pragmatica e coordinata dei nuovi requisiti, in modo da evitare che una modifica formale si trasformi in un ostacolo alle esportazioni.

Periodo transitorio fino al 2028

Il nuovo quadro prevede un periodo transitorio fino al 31 dicembre 2028, durante il quale potranno coesistere marchi con abbreviazione “CE” e marchi con abbreviazione “EU”. Proprio questa fase di convivenza è considerata delicata dagli operatori, perché può generare differenze tra le informazioni riportate sui prodotti, i certificati e le registrazioni presenti nei sistemi dei Paesi importatori.

La questione riguarda in particolare i mercati che mantengono liste di stabilimenti esteri autorizzati per l’importazione di prodotti di origine animale. Tra i Paesi indicati come potenzialmente sensibili figurano Cina, Egitto, Indonesia e Arabia Saudita. In questi mercati, un disallineamento tra il numero o la dicitura riportata sul marchio e quella presente nella lista ufficiale degli stabilimenti approvati può determinare il blocco della merce.

Nella lettera alla Commissione, le associazioni sottolineano che il problema non nasce dalla normativa igienico-sanitaria in sé, ma dalle sue conseguenze sul commercio internazionale. L’adeguamento delle registrazioni, dei sistemi di certificazione e delle liste degli stabilimenti richiederà tempo e coordinamento tra Unione europea, Stati membri e autorità dei Paesi terzi.

Il rischio di ostacoli non voluti all’export

Per il lattiero-caseario europeo, il tema è pratico. Le esportazioni verso Paesi terzi dipendono da procedure documentali molto precise e da controlli nei punti di ingresso. Anche un cambiamento apparentemente limitato può avere effetti rilevanti se le autorità locali non vengono informate in modo uniforme o se gli operatori non hanno indicazioni chiare su come gestire il periodo transitorio.

Le associazioni chiedono quindi alla DG Trade di sostenere una comunicazione coordinata con le autorità dei Paesi terzi, anche attraverso una lettera ufficiale della Commissione che chiarisca la natura amministrativa del cambiamento. Chiedono inoltre una cooperazione più stretta tra Stati membri e partner commerciali, soluzioni pratiche per certificazione, registrazione e accettazione dei prodotti, e aggiornamenti regolari sui Paesi che hanno ricevuto l’informazione e confermato l’accettazione del regime transitorio. L’obiettivo è evitare che la transizione da “EC” a “EU” generi barriere di fatto all’export europeo di prodotti lattiero-caseari, carni e avicoli.