Lettonia, allevatori contro il latte importato: “Solo metà di quello venduto sugli scaffali è locale”
In Lettonia si è riacceso il confronto tra allevatori e distribuzione sul peso delle importazioni nel mercato lattiero-caseario. Secondo le organizzazioni dei produttori, circa il 50% del latte venduto nei negozi del Paese è di origine estera, una quota considerata anomala dagli operatori della filiera.
A sollevare il tema è stato Jānis Šolks, presidente della Latvian Central Union of Dairy Farmers, che ha denunciato come la presenza di latte e prodotti lattiero-caseari importati resti molto elevata nonostante gli impegni presi lo scorso anno per rafforzare il ruolo della produzione nazionale.
Il confronto tra allevatori e distribuzione riflette una dinamica ricorrente nelle filiere lattiero-casearie europee: il rapporto tra produzione nazionale e approvvigionamento di materia prima. La crescita dell’industria di trasformazione e delle esportazioni richiede infatti disponibilità sempre maggiori di latte e prodotti lattieri lungo la filiera. In molti mercati l’espansione dell’export si accompagna quindi a un aumento delle importazioni.
Una dinamica che evidenzia come, nel lattiero-caseario, la disponibilità di materia prima resti il fattore decisivo per sostenere la crescita del settore.
Il confronto con l’Estonia
Secondo Šolks, la situazione lettone appare ancora più evidente se confrontata con quella dei Paesi vicini. In Estonia, infatti, il latte prodotto localmente rappresenta circa il 90% di quello venduto nei negozi, mentre in Lettonia la quota si fermerebbe intorno al 50%. Un livello che, secondo il rappresentante degli allevatori, non trova riscontri in altri mercati europei.
Le organizzazioni agricole sostengono che le forti importazioni rappresentino un problema per la filiera locale, perché riducono lo spazio commerciale per il latte nazionale, limitando le opportunità di crescita per i produttori.
Risultati limitati dopo il memorandum sui prezzi
Il tema era già stato affrontato nel memorandum sui prezzi alimentari firmato nel maggio 2025 tra governo, organizzazioni agricole, industria alimentare e associazioni della distribuzione. L’accordo prevedeva diverse misure, tra cui l’introduzione di un paniere di prodotti alimentari a basso prezzo, strumenti di confronto dei prezzi e un maggiore spazio per i prodotti alimentari locali nei punti vendita.
Secondo gli allevatori, tuttavia, i risultati sono stati finora limitati. In alcune categorie si è registrato un leggero aumento della presenza di prodotti nazionali, ma nel complesso la quota di latte locale sugli scaffali non è aumentata in modo significativo. Le vendite di latte fresco prodotto in Lettonia sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre quelle di formaggi locali avrebbero addirittura registrato una flessione.
Prezzi del latte e costi energetici
Il settore deve inoltre fare i conti con l’aumento dei costi energetici, particolarmente rilevanti per l’industria lattiero-casearia. Secondo Šolks, l’impatto è già visibile nella produzione e soprattutto nella trasformazione del latte, un’attività ad alta intensità energetica perché richiede processi continui di riscaldamento e raffreddamento.
Anche l’aumento dei prezzi dei carburanti rischia di incidere sui costi di raccolta del latte, sul trasporto della materia prima e sulla distribuzione dei prodotti finiti. Sul fronte dei prezzi alla stalla, il valore del latte è sceso rispetto ai mesi precedenti ma in modo relativamente graduale. A febbraio il prezzo medio del latte fresco si è attestato a 42,08 euro per chilogrammo, contro quasi 50 euro registrati alcuni mesi prima.
Gli allevatori temevano una discesa sotto 40 euro, scenario che per ora non si è verificato. Secondo Šolks ci sono anzi segnali che i prezzi possano tornare a crescere nei prossimi mesi, anche se con oscillazioni moderate.
Export da record
Nonostante le difficoltà sul mercato domestico, l’industria lattiero-casearia lettone resta fortemente orientata all’export. Nel 2025 le aziende del settore hanno esportato prodotti lattiero-caseari per un valore complessivo di circa 300 milioni di euro, raggiungendo 72 Paesi e segnando il livello più alto mai registrato.
