Dairy Usa, export in crescita nel primo trimestre: formaggi e grassi trainano il mercato
Le esportazioni dairy Usa hanno chiuso il primo trimestre 2026 in crescita del 14% in equivalente latte dopo il rimbalzo del 3% registrato nel 2025, secondo il report Trade Data Monitor analizzato da Assocaseari. Il dato conferma il ruolo sempre più aggressivo dell’industria dairy statunitense sui mercati internazionali, in particolare su formaggi, siero e grassi. A marzo, secondo i dati Trade Data Monitor, gli Usa hanno esportato 63.866 tonnellate di formaggio, in aumento del 29% rispetto allo stesso mese del 2025. Nel cumulato gennaio-marzo, il formaggio ha raggiunto 174.538 tonnellate, con una crescita del 23%.

Il principale sbocco per il dairy Usa resta il Messico, che assorbe il 33% dell’export statunitense di formaggio e si conferma il primo motore della crescita del trimestre. Volumi più alti sono stati registrati anche verso Corea del Sud e Australia, mentre risultano in calo le spedizioni verso Bahrein e Giappone. Per l’industria Usa, il formaggio resta quindi la categoria più solida nella costruzione di valore all’export, grazie a una domanda ampia e diversificata e a una competitività che continua a rafforzarsi su alcuni mercati chiave.
Burro e butteroil spingono sui mercati MENA
Accanto al formaggio, il primo trimestre mostra una forte dinamica dei grassi lattieri. A marzo l’export di burro ha raggiunto 11.443 tonnellate, in aumento dell’87% su base annua, mentre il cumulato trimestrale è salito a 30.786 tonnellate, con una crescita del 111%. Ancora più marcato il dato del butteroil: 5.737 tonnellate esportate a marzo, in aumento del 183%, e 15.500 tonnellate nei primi tre mesi dell’anno, con un incremento del 66%.
L’area MENA continua a guidare la crescita, dopo l’espansione già osservata nel 2025, con Arabia Saudita in evidenza per il butteroil. Anche il Sud-Est asiatico ha contribuito alla domanda, mentre per il burro si segnala un aumento rilevante verso la Corea del Sud. Restano sostenuti anche i flussi verso l’Unione europea: nel primo trimestre gli Stati Uniti hanno esportato verso l’UE 2.273 tonnellate di burro, di cui 1.380 nel solo mese di marzo. Il dato è interessante perché conferma come, in una fase di tensione sui grassi lattieri, anche mercati tradizionalmente esportatori possano diventare acquirenti selettivi.
Siero positivo, polveri più deboli
Il siero resta in crescita, con 52.039 tonnellate esportate a marzo, in aumento dell’11%, e 143.092 tonnellate nel primo trimestre, in crescita del 10%. Più contrastato invece il quadro delle polveri. La SMP, dopo un tentativo di recupero dai minimi di ottobre 2025, è tornata negativa a marzo con 59.552 tonnellate esportate, in calo dell’8%. Il cumulato trimestrale resta però positivo, a 167.680 tonnellate, con un aumento del 5%, sostenuto soprattutto dal Sud-Est asiatico, che ha compensato la flessione del Messico.
La WMP mostra invece numeri più piccoli ma in forte aumento: 3.945 tonnellate a marzo, in crescita del 50%, e 10.897 tonnellate nel trimestre, con un progresso del 66%. In calo infant formula e WPC, rispettivamente del 63% e del 31% nel mese.
Import in calo per formaggi e caseine
Sul fronte import, gli Stati Uniti mostrano un quadro più selettivo. A marzo sono state importate 20.393 tonnellate di formaggio, in lieve aumento dell’1% sullo stesso mese del 2025, ma il cumulato trimestrale resta in calo del 17%, a 44.667 tonnellate. Le importazioni di burro sono invece cresciute con forza nel mese, arrivando a 10.763 tonnellate, più 59%, ma restano negative nel trimestre, con 19.476 tonnellate e un calo del 3%.
Il dato più netto riguarda il butteroil, con importazioni mensili in calo del 77% e un cumulato trimestrale in flessione del 74%. In diminuzione anche le caseine e i caseinati, a meno 16% nel mese e meno 12% nel trimestre. Per il mercato globale, il segnale è chiaro: gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione competitiva sull’export, soprattutto in formaggi e grassi, mentre riducono la dipendenza da alcune categorie importate. In un contesto di forte volatilità internazionale, questa dinamica rafforza il peso degli Usa come concorrente diretto dell’Europa nei mercati a maggiore crescita.
