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Latte, produzione ancora elevata nel mondo. Ma il caldo si fa sentire

In Italia le consegne rallentano e il latte spot recupera, mentre il prezzo alla stalla resta sotto i livelli del 2025. CLAL segnala gli effetti del caldo su raccolte e mais, ma dagli Stati Uniti arriva ancora pressione produttiva

L’offerta di latte resta elevata in Italia, nell’Unione europea e negli Stati Uniti, ma il mercato entra in una fase meno lineare rispetto al primo trimestre. Da un lato, la disponibilità complessiva continua a pesare sui prezzi medi alla stalla. Dall’altro, iniziano a emergere segnali di rallentamento produttivo in alcune aree europee, mentre il caldo riduce le consegne, indebolisce i titoli e sostiene il recupero del latte spot.

Secondo le elaborazioni del Crefis, il Centro ricerche economiche sulle filiere sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nei primi cinque mesi del 2026 le consegne italiane hanno sfiorato i 6 milioni di tonnellate, con un incremento del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato resta positivo, ma la crescita ha perso progressivamente slancio: ad aprile l’aumento si è fermato all’1,7%, mentre a maggio si è registrata una flessione dello 0,7% su base annua, primo dato negativo dopo molti mesi.

Anche nell’Unione europea la disponibilità rimane elevata. Nei primi quattro mesi del 2026, le consegne UE-27 hanno raggiunto 50,7 milioni di tonnellate, in aumento del 4,4%. La crescita ha riguardato i principali Paesi produttori: Germania +6,7%, Francia +4,5%, Paesi Bassi +5,4%. Solo l’Irlanda ha mostrato una lieve contrazione, pari allo 0,2%.

Il quadro, quindi, resta quello di un’offerta abbondante. Ma il dato aggregato non racconta tutto. Nelle ultime settimane, secondo l’analisi pubblicata da CLAL il 20 luglio, le raccolte hanno rallentato in Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Italia a causa del caldo, che sta incidendo direttamente sulle consegne.

Spot in recupero, stalla ancora debole

Il segnale più evidente arriva dal latte spot. Dopo i minimi del primo trimestre, le quotazioni del latte nazionale spot alla Borsa Merci di Lodi sono aumentate costantemente nel secondo trimestre, raggiungendo a giugno una media di 416,7 euro/tonnellata, il valore più elevato da novembre 2025. La media trimestrale si è attestata a 333,1 euro/tonnellata, in crescita del 34,4% rispetto al trimestre precedente, pur restando inferiore del 42% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il recupero è proseguito anche nelle ultime rilevazioni. Secondo il quadro della Commissione europea, il latte spot italiano è arrivato a 48,5 centesimi al chilogrammo. Il dato suggerisce una maggiore tensione sull’offerta immediatamente disponibile, soprattutto nelle aree in cui caldo e titoli cedenti riducono la quantità effettiva di materia prima utile alla trasformazione.

Diversa resta la dinamica del prezzo medio alla stalla. Secondo Crefis, nel secondo trimestre il prezzo medio italiano si è attestato a 454,6 euro/tonnellata, in calo del 4,8% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e del 21,3% su base tendenziale. Anche a livello UE il prezzo medio è sceso: 427,1 euro/tonnellata nella media aprile-maggio, con una flessione del 19,4% rispetto allo stesso periodo del 2025.

L’ultimo quadro del Milk Market Observatory indicava per aprile una media europea di 42,8 centesimi al chilogrammo, con un’ulteriore lieve riduzione prevista per maggio. Nonostante il ridimensionamento, il latte italiano continua a mantenere un differenziale positivo rispetto alla media europea.

Il caldo mette sotto osservazione anche il mais

La variabile climatica non riguarda solo il latte prodotto oggi. Secondo CLAL, il caldo può incidere anche sulla disponibilità futura di alimenti zootecnici, in particolare sul mais. La fase è delicata perché durante la fioritura temperature elevate e carenza d’acqua possono compromettere la formazione della spiga, le rese e la qualità del raccolto. CLAL segnala condizioni di deficit vegetativo in Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna, mentre la Lombardia si collocherebbe al limite della normalità.

È un passaggio importante perché sposta il problema dalla congiuntura immediata alla prossima campagna alimentare. Qualche settimana di calo produttivo può sostenere il mercato spot e alleggerire la pressione sull’offerta. Un danno consistente ai foraggi avrebbe invece effetti più lunghi, incidendo sui costi delle razioni, sulla disponibilità di alimenti di qualità e sulla capacità delle stalle di sostenere le rese nei mesi successivi.

Dop divise: Parmigiano Reggiano ai massimi, Grana Padano più selettivo

Nel comparto dei formaggi Dop emergono andamenti differenti. Il Parmigiano Reggiano continua a rafforzare la propria posizione sul mercato, con quotazioni arrivate al massimo storico. Nel secondo trimestre il prezzo medio della stagionatura a 12 mesi è salito a 14,94 euro/kg, in aumento del 4,8% rispetto al trimestre precedente e del 14,8% rispetto allo scorso anno.

Più contenuta la dinamica del Grana Padano. Il prezzo medio si è attestato a 9,34 euro/kg, con un aumento dello 0,3% sul trimestre precedente, ma ancora inferiore del 14,5% rispetto al secondo trimestre 2025.

Sul fronte produttivo, entrambi i formaggi confermano volumi superiori a quelli dello scorso anno. Nei primi sei mesi il Grana Padano ha superato 3,3 milioni di forme, con una crescita del 2,3%. Il Parmigiano Reggiano ha raggiunto quasi 1,9 milioni di forme nei primi cinque mesi, in aumento del 5,4%.

Le rilevazioni più recenti mostrano segnali di recupero selettivi. La scorsa settimana sono aumentate le quotazioni del Grana Padano a Verona, limitatamente al fuori sale e al 10/12 mesi, e del Parmigiano Reggiano a Parma, con l’eccezione delle stagionature 12 e 15 mesi. A Milano sono aumentate tutte le voci del Grana Padano, mentre gli altri formaggi nazionali sono rimasti invariati.

Il mercato Dop resta quindi disomogeneo. Il Parmigiano Reggiano mantiene una dinamica sostenuta e livelli record, mentre il Grana Padano mostra segnali di recupero più selettivi, dentro un quadro ancora condizionato dal confronto negativo con il 2025 e da volumi produttivi in aumento.

Burro, polveri e commodity

Sul mercato delle commodity europee, alla settimana terminata il 12 luglio, il burro era quotato in media 388 euro per 100 chilogrammi, il latte scremato in polvere 270 euro, il latte intero in polvere 325 euro e il cheddar 331 euro. Nelle quattro settimane considerate, il cheddar ha mostrato il movimento più evidente, con un aumento del 4,5%.

Il burro italiano, secondo Crefis, continua invece il proprio percorso di ridimensionamento: nel secondo trimestre il prezzo medio si è attestato a 2,12 euro/kg, in calo del 7,7% rispetto al primo trimestre e del 60,6% su base annua. Le ultime rilevazioni europee mostrano però un leggero rialzo del burro di centrifuga: a Kempten minimo e massimo sono aumentati di 0,05 euro/kg, salendo rispettivamente a 3,85 e 4,00 euro/kg, mentre l’Olanda è salita di 0,12 euro/kg, a 3,94 euro/kg. A Milano il burro di centrifuga è rimasto invariato a 3,90 euro/kg.

Per il latte scremato in polvere, il mercato internazionale ha proseguito il recupero. Il prodotto europeo ha raggiunto nel secondo trimestre una media di 2,72 euro/kg, in crescita del 17,4% rispetto al trimestre precedente e dell’11,2% rispetto al 2025. Più differenziata la situazione del latte intero in polvere: in Europa i prezzi hanno mostrato una graduale flessione nel corso del trimestre, pur mantenendo una media di 3,32 euro/kg, in aumento del 3,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno ma ancora inferiore del 23,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Nelle ultime rilevazioni settimanali, le quotazioni del latte in polvere intero e scremato sono aumentate in tutti e tre i Paesi considerati. Il siero alimentare a Kempten è calato leggermente, mentre quello zootecnico è rimasto invariato in Germania ed è salito in Olanda. A Milano, le quotazioni del siero industriale e zootecnico sono rimaste invariate.

Gli Stati Uniti aumentano ancora le previsioni produttive

Sul fronte opposto, gli Stati Uniti continuano a mostrare una produzione sostenuta. Nel rapporto di luglio, USDA ha alzato la previsione produttiva 2026 a 236,6 miliardi di libbre di latte. L’aumento è legato soprattutto alla maggiore consistenza prevista della mandria, stimata in 9,66 milioni di vacche, mentre la resa per capo è stata leggermente ridimensionata.

L’ultimo dato disponibile indicava per maggio un aumento della produzione del 2,4% nei 24 principali Stati produttori rispetto allo stesso mese del 2025. La crescita statunitense contribuisce a mantenere competitivo il mercato mondiale, soprattutto su formaggi, polveri e derivati del siero. Per l’Europa significa che eventuali tensioni interne sull’offerta non si tradurranno automaticamente in un rialzo generalizzato dei prezzi internazionali.