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“Milk” è solo latte. Negli USA torna la battaglia sui termini usati per i prodotti vegetali

Un gruppo bipartisan guidato dalla senatrice Tammy Baldwin chiede alla FDA di applicare in modo più rigido gli standard di identità e vietare a bevande e alimenti vegetali l’uso di termini come milk, yogurt, cheese e butter.

Negli Stati Uniti torna al centro il confronto sull’uso dei termini lattiero-caseari da parte dei prodotti vegetali. Un gruppo bipartisan e bicamerale di parlamentari, guidato dalla senatrice democratica Tammy Baldwin, chiede alla Food and Drug Administration di applicare in modo più rigido gli standard federali di identità e di impedire ai prodotti plant-based di utilizzare denominazioni tradizionalmente associate al dairy, come milk, yogurt, cheese e butter.

L’iniziativa si inserisce nella battaglia portata avanti da anni dall’industria lattiero-casearia americana e riprende la linea del DAIRY PRIDE Act, il disegno di legge bipartisan che punta a contrastare quello che i suoi promotori definiscono uso improprio dei nomi dairy da parte di prodotti realizzati con piante, frutta a guscio, semi o alghe.

Il tema non riguarda solo il linguaggio commerciale. Secondo i parlamentari, consentire alle alternative vegetali di utilizzare termini come “milk” rischia di creare confusione nel consumatore, inducendolo a ritenere che il profilo nutrizionale sia equivalente a quello del latte vaccino. Il punto più richiamato riguarda la densità nutrizionale: molte bevande vegetali, con l’eccezione delle formulazioni a base soia fortificate, non apportano gli stessi livelli di nutrienti essenziali del latte.

La linea FDA contestata dal dairy

La posizione dei parlamentari entra in conflitto con l’impostazione seguita finora dalla FDA. Nel 2023 l’agenzia aveva pubblicato una bozza di linee guida sulle plant-based milk alternatives, riconoscendo che denominazioni come “soy milk” o “almond milk” sono ormai ampiamente utilizzate e comprese dal consumatore, purché accompagnate dall’indicazione chiara della fonte vegetale.

La FDA aveva inoltre raccomandato dichiarazioni nutrizionali volontarie quando il prodotto vegetale presentasse livelli inferiori di nutrienti rispetto al latte. È proprio questa impostazione a essere contestata dal fronte dairy, che la considera troppo permissiva e insufficiente a tutelare sia i produttori lattiero-caseari sia i consumatori.

La richiesta avanzata ora alla FDA è di ritirare le precedenti linee guida e applicare in modo più rigoroso gli standard di identità previsti per i prodotti dairy. Il DAIRY PRIDE Act, se approvato, imporrebbe all’agenzia di intervenire contro i prodotti considerati misbranded ai sensi del Federal Food, Drug, and Cosmetic Act.

La National Milk Producers Federation, l’American Farm Bureau Federation e altre organizzazioni agricole sostengono da tempo questa linea, affermando che i produttori lattiero-caseari devono rispettare standard federali stringenti per utilizzare termini come milk, mentre i produttori vegetali beneficerebbero del valore commerciale costruito dal dairy senza rispettarne le stesse regole produttive e nutrizionali.

Identità, nutrizione e concorrenza

La battaglia americana sui nomi dairy si muove su tre piani: identità del prodotto, informazione nutrizionale e concorrenza commerciale.

In primis, l’industria lattiero-casearia sostiene che parole come milk, cheese, yogurt e butter siano legate a standard di identità precisi e non debbano essere utilizzate per prodotti che non derivano dal latte animale. Poi si richiama il rischio che il consumatore sovrastimi il valore nutrizionale delle alternative vegetali, soprattutto quando vengono percepite come sostituti equivalenti del latte.

Infine c’è la competizione di mercato. Le alternative plant-based hanno costruito una parte del proprio posizionamento proprio attraverso il richiamo diretto alle categorie dairy. Per i produttori di latte, questo significa competere con prodotti che usano la stessa architettura linguistica, ma non la stessa materia prima né gli stessi standard.

Il confronto non è nuovo, ma resta aperto perché il mercato delle alternative vegetali continua a evolvere e perché le autorità regolatorie devono bilanciare due esigenze: evitare confusione nutrizionale e commerciale, ma anche riconoscere l’uso ormai diffuso di alcune denominazioni nel linguaggio comune.

Un tema diverso ma vicino alla battaglia sui “common names”

La notizia si collega anche a un’altra partita americana: quella sui common names. Negli stessi mesi in cui l’industria USA difende l’uso internazionale di termini come parmesan, considerandoli denominazioni generiche non riservabili all’Europa, chiede maggiore protezione dei propri nomi di categoria rispetto alle alternative vegetali.

Il parallelismo è interessante. Sul fronte delle Dop europee, gli Stati Uniti contestano l’estensione della protezione dei nomi geografici e difendono la libertà d’uso di termini ritenuti generici. Sul fronte plant-based, invece, chiedono una tutela più rigida dei termini dairy tradizionali, invocando standard di identità e protezione del consumatore. Certo, i piani giuridici sono diversi ma la questione è chiara: il controllo dei nomi è diventato uno dei terreni centrali della competizione agroalimentare.

I nomi non sono solo etichette. Definiscono categorie, aspettative nutrizionali, posizionamento commerciale e accesso al valore costruito nel tempo da una filiera. Ma chi ha diritto a usare le parole del cibo?