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Pensa in Grande: il giornalismo d’impresa fatto bene

Diciamoci la verità: della parola storytelling ne abbiamo un po’ tutti le tasche piene. Perché ormai tutti lo vogliono, tutti dichiarano di farlo e tutti ne parlano, generalmente a sproposito. E perché, a forza di chiamarlo storytelling, ci siamo fatti un po’ prendere la mano e pensiamo sempre di avere a che fare con un film di Hollywood piuttosto che con la nostra bellissima quotidianità di giornalisti d’impresa. E’ questo in sintesi ciò che è accaduto a La Molisana, solo per fare un esempio molto recente. Se chi ha commissionato quei testi e coloro che li hanno redatti si fossero ricordati che non stavano scrivendo una sceneggiatura ma, bensì, maneggiando i prodotti e l’identità di una azienda, con tutto ciò che ne consegue, avremmo forse letto parole interessanti sul rapporto fra storia e pasta, nel nostro Paese, e ben poco sull’”effetto agglomerante” del colonialismo. Gennaio, insieme all’appello di molti a bandire la parola storytelling, ci porta invece un esempio superbo di cosa voglia dire fare giornalismo d’impresa. E chiariamo subito: è giornalismo perché racconta qualcosa che c’è. Altrimenti è fiction, arte nobilissima che può fare a meno della realtà, a differenza del giornalismo. 

I fratelli Gianni, Roberto e Piercristiano, titolari di Brazzale sia e protagonisti della puntata di Pensa in Grande del 16 gennaio, in onda su Rete 4

Su Rete 4 la storia di aziende e imprenditori che cambiano il mondo 

La nuova frontiera del giornalismo d’impresa si chiama Pensa in Grande e la si trova nelle pieghe del palinsesto di Rete 4, il sabato pomeriggio (alle 15.30) e il lunedì sera (alle 23.30). L’obiettivo è chiarissimo fin nel titolo: raccontare storie di imprenditori visionari, che sono stati capaci di pensare in grande e affrontare le difficoltà portando al successo idee, progetti e aziende. Anche quando tutto, intorno, sembrava correre in una direzione diversa. Semplice nel suo impianto, difficilissima da realizzare: la mission di Pensa in Grande è entrare nel cuore delle aziende e della loro storia per farne un prodotto di grandissimo livello, un vero e proprio film che ne racconti l’anima. E che, particolare non di poco conto, sia bello da vedere, anche se di quell’azienda non si sapeva nulla fino a un momento prima. Un film che racconta una storia, e non la costruisce, che attraverso la sceneggiatura del reale ne fa assaporare tutta la bellezza, le difficoltà, i momenti chiave. Senza mai cadere nella retorica, nel melenso, nell’eccesso, nell’autocelebrazione, nella noia. Rachele Restivo, che l’ha ideato e lo conduce, il team degli sceneggiatori e la regia di Roberto Burchielli ci riescono. E lo fanno con una troupe e una qualità di livello cinematografico, mai vista per prodotti editoriali di questo tipo.  

L’epopea della famiglia Brazzale

La giornalista Rachele Restivo, ideatrice e conduttrice di Pensa in Grande

L’ultima ad andare in onda, il 16 gennaio, è la puntata che racconta la storia di Brazzale, la più antica azienda casearia italiana, in attività dal 1600, e dei tre fratelli che la guidano oggi. Il racconto si snoda fra l’Altopiano di Asiago, dove tutto è cominciato, la sede dell’azienda nella pianura vicentina, il Brasile e la Repubblica Ceca. Un lungo viaggio attraverso i luoghi del cuore e della memoria – non a caso i protagonisti parlano spesso camminando o guidando – che nel raccontare l’avventura di questa famiglia di malgari, dalle origini fino al piccolo impero attuale, ripercorre quella di un territorio, di un paese che cambia, di nove diverse generazioni e dei loro sogni. Un esempio concreto di come le aziende e le loro storie passino dalle persone e dai loro volti. E non per forza da quelli dei titolari. Nella puntata di Brazzale ci sono tutti: i fratelli Brazzale (Gianni, Roberto e Pier Cristiano), i loro numerosi figli, i dipendenti storici e i più giovani, compresi quelli della Repubblica Ceca che parlano perfettamente italiano, gli amici, illustri e non. Pensa in Grande, attraverso il dipanarsi di storie personali, centra l’obiettivo e mette da parte uno dei problemi di fondo dello storytelling, cioè l’artificialità: come si può costruire una storia che non passi attraverso le persone e le loro storie vere? Ma noi siamo fortunati. Il tessuto delle imprese italiane, sotto questo profilo, non ha probabilmente eguali nel mondo: raccontare le loro storie è una delle grandi opportunità (e responsabilità) del giornalismo d’impresa del nostro Paese. 

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