Dairy Usa contro le regole UE sulla sostenibilità: fino a 29 milioni di dollari per gli audit
L’International Dairy Foods Association chiede al governo Usa di intervenire contro gli effetti “extraterritoriali” delle regole europee sulla due diligence di sostenibilità. Secondo l’associazione, trasformatori che non vendono neppure nell’UE vengono già sottoposti dai clienti multinazionali ad audit, questionari e richieste documentali: un ciclo completo può arrivare a 27mila dollari per stabilimento e richiedere oltre 100 ore di lavoro. IDFA stima per il dairy americano un costo potenziale di almeno 29 milioni di dollari.
Non serve esportare un chilo di formaggio nella Ue per cominciare a fare i conti con le sue regole sulla sostenibilità. È questa la situazione attuale secondo la denuncia dell’International Dairy Foods Association (IDFA), che ha chiesto all’Office of the U.S. Trade Representative di continuare a fare pressione sulla Commissione europea per limitare quella che definisce l’“applicazione extraterritoriale” della Corporate Sustainability Due Diligence Directive, CSDDD. Il problema sollevato dall’associazione non riguarda soltanto le imprese americane che rientreranno direttamente nel campo di applicazione della direttiva ma, soprattutto, ciò che avviene lungo la catena dei fornitori.
Una multinazionale che opera sul mercato europeo può chiedere ai propri fornitori statunitensi di documentare condizioni di lavoro, diritti dei lavoratori, sistemi di gestione, procedure di controllo e altri elementi necessari alla propria due diligence. Così un caseificio che produce e vende esclusivamente negli Stati Uniti può ritrovarsi sottoposto ad audit e richieste costruite su standard europei o internazionali perché uno dei suoi clienti opera anche nell’UE.
Un audit completo fino a 27 mila dollari
IDFA ha provato anche a quantificare il costo. Secondo le informazioni raccolte tra i propri associati, un primo audit sociale può costare diverse migliaia di dollari per stabilimento, mentre un ciclo completo, comprensivo dei controlli successivi e delle eventuali azioni correttive, può arrivare a circa 27 mila dollari per sito. A questo si aggiunge il lavoro interno: oltre 100 ore del personale tra preparazione della documentazione, interviste, verifiche e gestione delle azioni correttive.
Sulla base delle indicazioni ricevute dalle imprese, IDFA stima che l’onere complessivo per il settore possa raggiungere 29 milioni di dollari o più, senza conteggiare integralmente interruzioni produttive, viaggi, costi di accesso ai portali, duplicazioni degli audit e tempo operativo perso. Il problema delle duplicazioni è uno dei punti centrali della protesta: uno stesso stabilimento che lavora per più clienti può essere sottoposto a questionari, sistemi di scoring e audit differenti sugli stessi argomenti.
“Le aziende lattiero-casearie americane che operano negli Stati Uniti e rispettano la legislazione statunitense non dovrebbero ritrovarsi di fatto regolamentate da Bruxelles semplicemente perché uno dei loro clienti opera anche in Europa”, sostiene Michael Dykes, presidente e CEO di IDFA.
La CSDDD è stata ridimensionata
Oggi le cose potrebbero essere un po cambiate. La CSDDD alla quale fa riferimento IDFA non è più quella approvata nel 2024. Con il pacchetto Omnibus I, definitivamente approvato nel febbraio 2026, l’Unione europea ne ha ridotto in maniera significativa il campo di applicazione.
Le nuove soglie comprendono le imprese europee con più di 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato netto mondiale. Per le imprese extra-UE, la soglia è superiore a 1,5 miliardi di euro di fatturato generato nell’Unione europea. Inoltre, le disposizioni dovranno essere recepite dagli Stati membri entro il luglio 2028 e saranno applicabili alle imprese dal 26 luglio 2029.
L’UE ha cercato di fermare proprio l’effetto a cascata
La revisione del 2026 contiene anche disposizioni esplicitamente pensate per limitare il cosiddetto “trickle-down effect”, cioè la trasmissione degli obblighi dalle grandi imprese soggette alla normativa ai fornitori più piccoli.
La nuova CSDDD introduce un approccio basato sul rischio: le aziende devono innanzitutto individuare le aree della catena nelle quali gli impatti negativi sui diritti umani o sull’ambiente sono più probabili e più gravi, invece di effettuare una mappatura indiscriminata di ogni soggetto della filiera.
Soprattutto, per i partner commerciali con meno di 5.000 dipendenti, l’impresa può chiedere informazioni soltanto quando queste siano necessarie e non possano ragionevolmente essere ottenute in altro modo. Il legislatore europeo ha dichiarato espressamente che l’obiettivo è evitare richieste sproporzionate alle imprese più piccole.
Sei aree del lavoro sotto esame
Per sostenere la propria posizione, IDFA ha incaricato lo studio legale Steptoe LLP di confrontare gli standard internazionali utilizzati nelle procedure di due diligence con le leggi federali e statali applicabili alle attività lattiero-casearie americane.
L’analisi prende in considerazione sei aree: lavoro minorile, lavoro forzato, libertà di associazione, condizioni di lavoro eque e favorevoli, salute e sicurezza sul lavoro e non discriminazione. La conclusione presentata dall’associazione non è che negli Stati Uniti manchino necessariamente tutele equivalenti. Secondo lo studio, il punto è piuttosto la differenza nel modo in cui i due sistemi funzionano.
La legislazione americana tende a vietare determinati comportamenti e a prevedere sanzioni e rimedi quando vengono violati i diritti. Gli standard internazionali di due diligence chiedono invece alle imprese anche azioni preventive e documentabili: identificazione dei rischi, monitoraggio della supply chain, coinvolgimento degli stakeholder, procedure di reclamo e verifiche periodiche.
È quindi possibile, sostiene IDFA, che un audit segnali una non conformità non perché l’azienda stia violando la normativa americana, ma perché non utilizza lo stesso sistema documentale o procedurale richiesto dallo standard internazionale.
Tra le criticità segnalate dagli associati ci sono, per esempio, differenze nella disciplina degli orari di lavoro e della contrattazione collettiva. Un rilievo nell’audit può comportare ulteriori verifiche, costi aggiuntivi o perfino incidere sul mantenimento dello status di fornitore approvato.
Il dossier è entrato nei rapporti commerciali Usa-UE
La contestazione americana non nasce oggi. Nel Framework sul commercio tra Stati Uniti e Unione europea dell’agosto 2025, Bruxelles si era già impegnata a lavorare affinché CSDDD e CSRD non producessero restrizioni eccessive al commercio transatlantico e a ridurre gli oneri amministrativi, comprese le conseguenze per le piccole e medie imprese. Il documento menzionava esplicitamente anche le preoccupazioni americane per l’applicazione delle regole alle società di Paesi extra-UE dotati di propri sistemi normativi. The White House
Da allora l’Europa ha effettivamente modificato la CSDDD: soglie molto più alte, meno imprese coinvolte, abolizione dell’obbligo del piano di transizione climatica previsto dalla versione originaria e limiti alle richieste di informazioni lungo la catena. Consiglio dell’Unione Europea
Per IDFA, tuttavia, non basta. L’associazione chiede ora a Washington di ottenere una esenzione per le imprese statunitensi e di impedire che obblighi riconducibili alla normativa europea vengano trasferiti a società che non sono direttamente soggette alla CSDDD.
