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Cibus: le chiacchiere di corridoio, al padiglione 2

Non era facile scegliere di essere a Cibus, ci è voluto coraggio. Coraggio di investire ‘al buio’, di impegnare quattro giorni per una fiera su cui nessuno aveva certezze, di testimoniare la voglia e tutto l’impegno per il ritorno alla normalità. “Io, nel dubbio, le carte le avevo portate: fra gli espositori, la paura di trovarci a giocare fra noi a rubamazzetto era tanta”, ci confessa un imprenditore che in realtà, già nelle prime ore di fiera, aveva incontrato due interessanti operatori europei.

La prima giornata, a molti, aveva fatto temere un flop. Nei corridoi del padiglione 2 c’era già chi si scagliava contro gli organizzatori, rei di aver pressato gli espositori previsti per l’edizione saltata del 2020 in modo forse un po’ deciso. Ma la seconda giornata, dopo le incertezze della prima, ha regalato corridoi pieni, seppur con padiglioni ridotti rispetto al normale, e una quota di buyer sia italiani sia esteri, oltre a ristoratori e operatori del commercio al dettaglio. Al termine della fiera, difficile trovare qualcuno davvero scontento. La voglia di incontrarsi, persino il rito un po’ consumato dello scambio di biglietti da visita, era tanta, per tutti. Così come l’abitudine molto italiana delle chiacchiere di corridoio, fondamentale momento di confronto e scambio di idee, opinioni, esperienze e pettegolezzi. Business a parte, Cibus 2021 è stato soprattutto un grande ‘struscio’, con stand che si riempievano e svuotavano e capannelli negli spazi comuni. La ventesima edizione della fiera si è conclusa comunque con 40mila visitatori, di cui anche qualche delegazione estera. Il presidente di Fiere di Parma, Gino Gandolfi, ha annunciato: “Sulla scia di questo successo, stiamo già lavorando per una edizione record di Cibus, che si terrà a Parma il 3 maggio 2022”.

Imballi, plastic tax, caro energia: una filiera in sofferenza

La prima giornata, con il convegno di Federalimentare e l’intervento del suo presidente, Ivano Vacondio, ha messo subito sul tavolo molti degli argomenti più scottanti. “Non ho l’autorevolezza delle banche centrali o degli economisti ma sono abituato a dire quello che penso e quello che tocco con mano. Gli aumenti delle materie prime vanno dal 35% al 70% e l’energia elettrica è aumentata del 20-25%. Gli imballi sono raddoppiati, il costo dei pallet triplicato, quello del trasporto navale più che raddoppiato e ci sono incrementi che non siamo neppure in grado di quantificare. E’ molto stupido dare la colpa alle altre componenti della filiera. Sono tutte in sofferenza”. Il calcolo degli impatti di questi aumenti è stato uno dei lei motiv delle chiacchiere fra operatori. Per tutti, i risultati sono impietosi: migliaia o milioni di euro assorbiti da questa valanga di aumenti e dalle tensioni logistiche mondiale. Una situazione definita esplosiva da molti, per non dire da tutti. E che fa temere un autunno davvero caldo. “Qualche ferito grave sul campo resterà, è solo questione di tempo”, ci confida un importante player del mercato.

La Gdo e il no agli aumenti

Che quello sui prezzi sia il principale motivo di tensione fra Gdo e aziende è cosa arcinota. Ma in questo momento, il blocco agli aumenti sembra davvero perentorio. Il mercato italiano sta soffrendo, i prezzi sono alti e la pressione promozionale lo è anche di più: i retailer di ritoccare i listini proprio non ne vogliono sapere, nonostante i dati oggettivi sull’esplosione dei costi. “Questa volta gli allevatori hanno ragione, i prezzi vanno ritoccati. Oggettivamente così è impossibile continuare a lavorare, anche solo per il caro energia”, commentano molti espositori. In fondo al tunnel, però, sembra esserci davvero poca luce. La domanda è ancora fiacca e, come se non bastasse, la sofferenza riguarda anche la Gd-Do. Nell’ambito della normale tensione fra le parti, è evidente che la vicenda riguarda l’intera filiera, dalla stalla al supermercato.

Fusioni, acquisizioni, polverizzazioni

L’argomento dell’esubero stagionale di latte all’interno di filiere coinvolte nei piani produttivi delle Dop è forse il più gettonato degli ultimi anni, nel lattiero caseario. A tenere banco c’è sempre il progetto del polverizzatore che alcune grandi cooperative del Nord Italia stanno portando avanti e per il quale sperano nei fondi in arrivo dalla Ue. Progetto che però fa storcere il naso a molti, soprattutto perché se esubero c’è non si tratta di quantità costanti come invece la messa in opera di un polverizzatore richiede. Alcune cooperative si sono sfilate dal progetto scegliendo una strada più tradizionale, cioè l’acquisto di altri caseifici cui destinare le proprie eccedenze di latte. In tema di fusioni e acquisizioni ci sono poi tutti i movimenti sullo scacchiere internazionale: dall’ingresso del marchio Leerdammer nel portafoglio Lactalis alle accelerazioni che riguardano i più innovativi prodotti a base proteica.

La transizione verde a Cibus

Bisogna dirlo: è davvero difficile trovare qualcuno che parli in termini positivi della transizione ecologica che l’Ue ha annunciato. E la ragione è molto semplice e lo stesso Vacondio, nel convegno inaugurale, l’ha sintetizzata: “E’ in corso un’accelerazione verso un percorso stimolante ma che deve tenere conto delle tre sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – altrimenti il tavolo non sta in piedi. Questa transizione ha un costo enorme da pagare. Credo che occorra cominciare a dire alle persone che per salvare il pianeta c’è un costo enorme da sostenere anche in termini di inflazione. E se non c’è una condivisione a livello planetario ci faremo del male. Bisogna dire la verità”. Come sempre, il nodo è quello della Gdo e del consumatore: oltre alle parole, chi è davvero intenzionato a pagare (tanto) di più per la transizione verde? Vacondio non risparmia neanche il tema del biologico: “Non può essere che si debba arrivare entro il 2030 al 25% di produzione biologica perché questo vuol dire produrre di meno e a costi maggiori e fare food è un problema etico prima di tutto”. Ma nonostante tutto, i prodotti e le confezioni che si richiamano alla tutela dell’ambiente non sono mancati.

Cibus: tutti uniti contro il Nutriscore

Se c’è un argomento che, a Cibus, ha davvero messo tutti d’accordo è il Nutriscore. La famigerata etichetta a semaforo che classifica gli alimenti in base al contenuto di zuccheri, sale e grassi e che l’Unione europea sembra voler adottare, nonostante le molte perplessità circa la valenza scientifica e l’utilità di questo strumento, gli italiani proprio non la vogliono. E a ragione. Al tema sono stati dedicati incontri e dibattiti ed ha agitato, come ormai da tempo, gli animi. C’è anche chi si trova stretto fra operatori esteri che lo richiedono e divieti italiani, come quello dei consorzi di tutela, ma ci sono anche, dall’altro lato, importanti prese di posizione. Come quella di Francesco Pugliese, ad di Conad, che oltre ad aver espresso la contrarietà della sua insegna all’utilizzo di questo strumento ha anche avvisato le aziende estere che dovessero applicarlo sui prodotti destinati all’Italia: non ci opporremo, ma faremo una massiccia campagna di informazione per chiarire che il Nutriscore non è lo strumento corretto per tutelare la salute dei consumatori. Una dichiarazione che ha scatenato un tifo da stadio: Pugliese sa come farlo e il momento è quello giusto. Perché, come ha spiegato l’europarlamentare Paolo de Castro: “Arriva in una fase particolarmente delicata e importante che prelude alla proposta normativa della Commissione europea, attesa nella primavera 2022, di un sistema di etichettatura nutrizionale armonizzato tra i 27 Paesi Ue”.

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