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Yuka, i consumatori e come il Nutriscore potrebbe cambiare le scelte della Gdo (parte tre)

Yuka è arrivata in Italia lo scorso anno ma solo negli ultimi mesi ha conosciuto una diffusione significativa fra i consumatori. Le pagine relative a prodotti e catene di supermercati, che abbondano sui social e sono un potente strumento di analisi delle tendenze, ne sono la dimostrazione: capita spesso di trovarsi davanti a screenshot di prodotti analizzati con l’app francese. Yuka diventa così una sorta di prova generale di ciò che potrebbe accadere se il Nutrsicore venisse adottato dalla Ue, sia come riposta dei consumatori sia come reazione del mercato.

I cibi verdi e la proposta di alternative

La ratio di Yuka, così come quella del Nutriscore, dovrebbe essere duplice: individuare, all’interno di ciascuna categoria, i prodotti migliori sul piano nutrizionale ed evidenziare quelli da consumare in misura minore poiché troppo ricchi di grassi, zuccheri e sale. Ma, come si è detto tante volte, slegare queste informazioni dalle quantità e dai diversi soggetti che possono consumare un alimento è molto fuorviante. E i colori rossi o arancioni rischiano di mandare un messaggio sbagliato, che si traduce in un semplice: non consumare. C’è poi da aggiungere che non tutto il mondo scientifico e medico concorda sulla visione relativa alla frazione grassa degli alimenti e a questa loro demonizzazione. La sezione alternative mostra molto bene i grossi limiti di questo sistema. Se, da un lato, privilegia i prodotti migliori di ogni categoria, dall’altro spinge di fatto a modificare i comportamenti d’acquisto sostituendo proteine animali con altre vegetali e prodotti ultra processati e ricchi di zuccheri con altri integrali. Ma non tutto è da buttare: la pasta ottiene in molti casi il disco verde, così come l’olio extra vergine d’oliva, il tonno, alcuni affettati, il latte e i formaggi con ridotto contenuto di grassi e sale. Si scopre così che non tutto il tonno è uguale, ad esempio, e può andare da verde a rosso. Lo stesso vale per i biscotti, i prodotti per la prima colazione, le salse, i succhi di frutta, le bibite i cracker o le creme spalmabili al cioccolato. Se, ad esempio, inquadriamo i filetti di alici possiamo scoprire che ve ne sono di verse, soprattuto in virtù del contenuto di sale. Lo stesso vale per il prosciutto cotto che, in molti casi, spunta il verde. In altri casi però, ad esempio per il burro o i dessert a base di latte, l’alternativa proposta ci porta verso prodotti vegetali.

Yuka: che conclusioni ne traggono i consumatori

E’ forse l’aspetto più interessante di tutti: come la vedono i consumatori? La prima cosa che balza agli occhi, e questo vale ancora di più quanto si analizzano private label o prodotti dei discount, è la correlazione fra insegna e colori, più che fra colore e singolo prodotto: “l’insegna xyz non è un granché: molto di ciò che ho acquistato ha il bollino rosso”, concludono spesso i consumatori. Il sistema viene visto non solo e tanto come analisi dei propri comportamenti alimentari, ma in primis dei propri fornitori. L’altra cosa evidente è la potenza suggestiva di questi semplici tre colori: chi lo usa, cambia comportamenti d’acquisto. E se, da un lato, semplicemente premia l’alternativa migliore, dall’altro però fa la cosa più temuta dai produttori: eliminare dalla spesa ciò che è rosso. Certo, la modifica va verificata nel tempo, ma di sicuro il consumatore non fa – e come mai potrebbe? – sofisticate analisi mettendo in relazione la propria dieta, il proprio stile di vita e l’alimentazione. Semplicemente, traduce il rosso come divieto.

Come il Nutriscore potrebbe cambiare gli assortimenti in Gdo. E non solo

Se il Nutriscore dovesse diventare obbligatorio in Ue, è evidente che scatterebbe, da parte della Gdo, la corsa al prodotto verde. Anche in virtù della sovrapposizione fra insegna e colore degli alimenti che propone, come evidenziato prima. Certo, è evidente che il primo effetto sarebbe quello di spingere le aziende a migliorare alcuni aspetti, laddove possibile. Basti pensare, nel caso dei formaggi, all’utilizzo del sale, talvolta adoperato in caseificio per mascherare piccole ‘magagne’. Ma è ovvio che non tutti i prodotti possono e devono soddisfare questi requisiti, in particolare quando si tratta di proteine animali. Ma l’estrema semplificazione del messaggio nutrizionale diventa una vera distorsione e il suo effetto potrebbe essere deflagrante. E non è tutto. Pensiamo ad esempio ai tantissimi prodotti alimentari griffati Disney: proseguirà, il colosso, a consentire l’utilizzo dei suoi personaggi per alimenti bollanti arancioni o rossi? I rischi sono tantissimi, a fronte di benefici discutibili.

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