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Born in Italy: la proposta di Centinaio per superare la divisione ideologica sull’origine della materia prima

Si dice sempre che noi italiani siamo davvero maestri nell’arte del ‘farci del male da soli’. E se c’è un esempio supremo di questa capacità sicuramente è il tema di cosa sia o non sia il Made in Italy. L’Italia vende e si vende. I prodotti riconducibili al nostro paese, che si tratti di un formaggio da meditazione o di una pizza surgelata da discount, rivestono un notevole appeal sui mercati esteri. Insomma, saremo anche piccoli (e lo siamo) ma il nostro brand è grande, a volte persino nonostante noi. Perché ammettiamolo è un fronte su cui ci sappiamo fare davvero molto male. Fino ad arrivare a spiegare agli americani (notoriamente assai permalosi su ciò che li riguarda), ad esempio, che i loro formaggi (fatti in America da americani) sono dei tarocchi.

Ma dove diamo davvero il meglio è proprio sul Made in Italy, che vede due opposti schieramenti con posizioni inconciliabili e, spesso, discussioni molto ideologiche e ben poco pragmatiche: quelli che Made in Italy è solo con materia prima italiana e quelli per cui è ciò che viene prodotto da aziende italiane secondo il savor faire italiano. La prima rigidissima posizione deve però fare i conti con tre fatti imprescindibili: in molti comparti non siamo autosufficienti e, anche dove lo siamo, l’ambizione dovrebbe essere smettere di esserlo, perché abbiamo un territorio limitato per cui l’autosufficienza si traduce in quantitativi più contenuti. La seconda questione potrebbe sembrare filosofica, ma non lo è: cosa si intende per materia prima? I mangimi che si danno agli animali, ad esempio, non sono materia prima al pari del latte usato nella trasformazione? E ancora: perché aziende italiane, che lavorano in Italia generando valore, dovrebbero essere meno italiane se trasformano anche prodotti esteri? Siamo o non siamo un paese di grandissimi trasformatori? Spesso si obietta però che anche il settore primario nazionale abbia necessità di essere valorizzato e così anche i prodotti realizzati con materie prime che arrivano da campi o stalle del nostro paese. La vicenda, però, soffre di un’altra caratteristica tutta italiana: l’assenza di un dibattito laico, che riconosca valore e dignità a tutti i prodotti e a tutte le aziende. Il sottosegretario alle politiche agricole Gian Marco Centinaio, che rappresenta il primo settore ma è senza dubbio sensibile anche al mondo dell’impresa, nei suoi primi giorni al governo ha provato a mettere sul piatto una proposta per superare la diatriba ideologica e provare a fare sintesi delle due istanze: il Born in Italy. “Lavoriamo tutti insieme a tutela del nostro agroalimentare e anche dei nostri produttori. Per questo vorrei si parlasse di ‘Born in Italy’ e non solo di ‘Made in Italy”, ha spiegato Centinaio.

Certo, una nuova dicitura (e magari relativa etichetta) possono sembrare una complicazione ma è indubbio che da qualche parte bisogna pur cominciarlo, questo dibattito laico. Che sia la volta buona?

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