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Acqua ed emissioni: ecco perché i dati del ministro Cingolani sulle proteine animali sono sbagliati

Informazioni non corrette, conclusioni ideologiche, tanto fumo e poco arrosto (per restare in tema). E quel poco che c’è, sa di bruciato. La prima uscita del ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani conferma, purtroppo, le paure di molti. Il 3 marzo, intervenendo in diretta alla Conferenza preparatoria della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, Cingolani ha tra l’altro affermato:

“Non si può più separare l’epidemiologia da quello che mangiamo, dal modello di sviluppo economico, questa cross-correlazione richiede soluzioni che siano multiple e si ispirino al concetto del cobeneficio. Un progetto su cui spero potremo lavorare insieme: sappiamo che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali, d’altro canto la proteina animale richiede 6 volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità, e allevamenti intensivi che producono il 20% della CO2. Allora modificando un modello di dieta aumentando le proteine vegetali avremmo un cobeneficio migliorando la salute pubblica, diminuendo l’uso di acqua e producendo meno CO2, è questo un esempio di cobeneficio”.

(Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica.

Una dichiarazione già pesante, se fatta dal ministro di un paese che ha nelle proteine animali (formaggi, salumi, carne) una fetta consistente del proprio patrimonio agroalimentare, dell’export e degli occupati del settore alimentare. Le filiere delle produzioni animali italiane, infatti, rappresentano circa la metà del valore dell’agroalimentare nazionale e occupano circa 150 mila persone. Ma ancora più grave considerando che si basa su dati discutibili e generici, ben diversi da quelli italiani ed europei.

Il consumo di Co2 è pari a un quinto

In Italia, secondo i dati Fao, produrre un chilogrammo di carne bovina comporta un quinto delle emissioni di Co2 rispetto a quanto accade in Asia o Usa. E, sempre riguardo alle emissioni, la zootecnica italiana, nel complesso, incide per il 5,2%. Come se non bastasse, è in costante discesa da anni. Nel 2018 il settore zootecnico ha totalizzato il 65% delle emissioni agricole nazionali (fonte Ispra 2020), ma rispetto al 1970 gli allevamenti italiani hanno ridotto del 40% le emissioni di metano, principale gas serra della zootecnia. La riduzione però non basta e le politiche che si limitano a questo risultato si scontrano con un dato ineluttabile: le emissioni zero sono utopia. Ciò che invece è fondamentale, anche se ha trovato ben poco posto nell’intervento del ministro, sono le politiche di compensazione delle emissioni, le uniche che potranno veramente incidere sul bilancio complessivo della Co2.

L’uso dell’acqua e il valore nutrizionale

Anche l’accusa relativa al consumo di acqua prende le mosse da una analisi parziale: i dati dell’impronta idrica reale (esclusa quindi l’acqua piovana raccolta e quella di riciclo) sono di 100-300 litri per il latte e 500 – 1000 litri per la carne, cioè in linea con gli altri prodotti agricoli. Certamente migliorabili, grazie alla tecnologia e allocando le produzioni nelle aree più idonee, ma diversi da quelli citati. Quanto poi alla comparazione, è evidente che la ‘pari quantità’ citata dal ministro, di per sé, non ha alcun significato se non rapportata anche al valore nutritivo degli alimenti.

“Avremo molto su cui lavorare insieme”, ha concluso il ministro.

Purtroppo, sì.

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